Professore ordinario di Lingua e letteratura greca presso l’Università di Roma “La Sapienza”. È direttore della rivista “Seminari Romani di Cultura Greca” e fa parte del comitato scientifico di numerose riviste scientifiche. È autore di molte pubblicazioni sulla letteratura storica e geografica greca, sulla poesia epica e drammatica e sulla retorica antica. Tra queste , La storiografia nell’educazione antica del 1992 e Studi su Isocrate del 2004.
Sommario
Il termine ‘crisi’, applicato a situazioni di profonda difficoltà individuale e collettiva, deriva dal significato del greco κρίσις in ambito medico attraverso il latino crisis. La lingua greca aveva altri termini per esprimere concetti simili: στάσις (crisi come violento conflitto all’interno di una comunità), ἀπορία (mancanza di vie d’uscita), ἀμηχανία (mancanza di risorse o espedienti), oltre a nessi come ἀκρισία καὶ ταραχή alla fine delle Elleniche di Senofonte e a termini indicanti il cambiamento, come μεταβολή e il verbo μεθίστημι. In nessun caso la riflessione dei Greci sulle situazioni di crisi le considera come opportunità di cambiamento in positivo.
Parole chiave
crisi, lingua greca antica, medicina, crisi sociopolitica.
Summary
The term “crisis”, applied to situations of profound individual and collective difficulty, derives from the meaning of the Greek κρίσις in the medical field through the Latin crisis. The Greek language had other terms to express similar concepts: στάσις (crisis as violent conflict within a community), ἀπορία (lack of way out), ἀμηχανία (lack of resources or expedients), as well as connections such as ἀκρισία καὶ ταραχή at the end of Xenophon's Hellenica and terms indicating change, such as μεταβολή and the verb μεθίστημι. In no case did the Greeks' reflection on crisis situations consider them as opportunities for positive change.
Keywords
crisis, ancient Greek language, medicine, socio-political crisis.
1. Premessa
Se andiamo a consultare il vocabolario Treccani, dopo l’etimologia dal latino crisis, calco del greco κρίσις, vengono elencati i significati del termine, a partire da quelli della sfera medica (mi limito al primo: “Repentina modificazione, in senso favorevole, o anche sfavorevole, di stati morbosi; in partic., rapida caduta della temperatura in malattie febbrili acute”), per poi passare all’uso traslato: “Per estens., nel linguaggio corrente, breve e violento accesso di uno stato emotivo, per lo più determinato da uno choc o da cause esterne”. Al punto 2 viene collocato il significato di “Stato di forte perturbazione nella vita di un individuo o di un gruppo di individui, con effetti più o meno gravi”. Al punto 3 troviamo un ulteriore significato traslato: “Con riferimento a fenomeni economici, sociali e politici, soprattutto per suggestione di teorie positivistiche, è invalso l’uso del termine per indicare uno squilibrio traumatico e poi, più in generale, uno stato più o meno permanente di disorganicità, di mancanza di uniformità e corrispondenza tra valori e modi di vita”. È evidente che i punti 2 e 3 hanno delle aree di sovrapposizione: la differenza risiede nella breve durata della perturbazione nel punto 2 e nello stato permanente, o comunque prolungato, di squilibrio nel punto 3.
Nel caso del termine ‘crisi’ i vari significati traslati moderni sono derivati dalla lingua tecnica della medicina, un ambito in cui la letteratura scientifica greca ha avuto grande influenza, mentre i principali significati del termine greco (decisione, giudizio, giudizio di un tribunale etc.) non hanno avuto seguito.
Dopo aver proposto qualche esempio di uso del termine κρίσις nella letteratura medica, esaminerò alcuni termini greci che si possono avvicinare per significato agli usi traslati moderni di ‘crisi’ in campo psicologico, sociale e politico. Gli esempi che proporrò sono tratti in gran parte dalla storiografia di V-IV secolo a.C. e dalla tragedia attica.
2. La crisi nella terminologia medica
Nella letteratura medica κρίσις, e il verbo κρίνεσθαι, indicano il punto di svolta, critico appunto, di una malattia. Propongo un esempio molto chiaro dal corpus Hippocraticum. Nel cap. 8 del De affectionibus (che cito nell'edizione di Pérez Cañizares del 2024, pag. 10, ll. 16-17 = Littré VI 216,4-5) si legge: Κρίνεσθαι δέ ἐστιν ἐν τῇσι νούσοισιν, ὅταν αὔξωνται αἱ νοῦσοι, ἢ μαραίνωνται, ἢ μεταπίπτωσιν ἐς ἕτερον νόσημα, ἢ τελευτῶσιν (“avere una crisi nelle malattie è quando le malattie peggiorano, diminuiscono, mutano in un’altra malattia o finiscono”). Un tardo trattato del corpus Hippocraticum, il Περὶ κρισίμων, è dedicato ai giorni critici, quelli in cui dovrebbe avvenire la μεταβολή, il cambiamento, nella malattia, in genere nelle febbri. Analogamente Galeno ha scritto un Περὶ κρισίμων in tre libri.
Al di fuori della letteratura medica il termine κρίσις non ha mai questo valore. Una conferma viene dal passo celebre di Tucidide sulla peste di Atene, dove compaiono termini medici come νόσος (‘malattia’) e λοιμός (‘piaga’, ‘pestilenza’) e termini più generici, come φθορά (‘distruzione’, ‘rovina’), κακόν (‘male’) e μεταβολή (‘cambiamento’, ‘sconvolgimento’), ma non compare mai κρίσις. Il termine μεταβολή merita di essere approfondito perché lo ritroviamo anche in relazione a sconvolgimenti politici e sociali (vedi più oltre). Leggiamo il passo che introduce il racconto della peste (Thuc. 2. 47. 3 – 2. 48. 3):
καὶ ὄντων αὐτῶν [scil. gli Spartani] οὐ πολλάς πω ἡμέρας ἐν τῇ Ἀττικῇ ἡ νόσος πρῶτον ἤρξατο γενέσθαι τοῖς Ἀθηναίοις, λεγόμενον μὲν καὶ πρότερον πολλαχόσε ἐγκατασκῆψαι καὶ περὶ Λῆμνον καὶ ἐν ἄλλοις χωρίοις, οὐ μέντοι τοσοῦτός γε λοιμὸς οὐδὲ φθορὰ οὕτως ἀνθρώπων οὐδαμοῦ ἐμνημονεύετο γενέσθαι. οὔτε γὰρ ἰατροὶ ἤρκουν τὸ πρῶτον θεραπεύοντες ἀγνοίᾳ, ἀλλ’ αὐτοὶ μάλιστα ἔθνῃσκον ὅσῳ καὶ μάλιστα προσῇσαν, οὔτε ἄλλη ἀνθρωπεία τέχνη οὐδεμία· ὅσα τε πρὸς ἱεροῖς ἱκέτευσαν ἢ μαντείοις καὶ τοῖς τοιούτοις ἐχρήσαντο, πάντα ἀνωφελῆ ἦν, τελευτῶντές τε αὐτῶν ἀπέστησαν ὑπὸ τοῦ κακοῦ νικώμενοι. ἤρξατο δὲ τὸ μὲν πρῶτον, ὡς λέγεται, ἐξ Αἰθιοπίας τῆς ὑπὲρ Αἰγύπτου, ἔπειτα δὲ καὶ ἐς Αἴγυπτον καὶ Λιβύην κατέβη καὶ ἐς τὴν βασιλέως γῆν τὴν πολλήν.
ἐς δὲ τὴν Ἀθηναίων πόλιν ἐξαπιναίως ἐσέπεσε, καὶ τὸ πρῶτον ἐν τῷ Πειραιεῖ ἥψατο τῶν ἀνθρώπων, ὥστε καὶ ἐλέχθη ὑπ’ αὐτῶν ὡς οἱ Πελοποννήσιοι φάρμακα ἐσβεβλήκοιεν ἐς τὰ φρέατα· κρῆναι γὰρ οὔπω ἦσαν αὐτόθι. ὕστερον δὲ καὶ ἐς τὴν ἄνω πόλιν ἀφίκετο, καὶ ἔθνῃσκον πολλῷ μᾶλλον ἤδη.
λεγέτω μὲν οὖν περὶ αὐτοῦ ὡς ἕκαστος γιγνώσκει καὶ ἰατρὸς καὶ ἰδιώτης, ἀφ’ ὅτου εἰκὸς ἦν γενέσθαι αὐτό, καὶ τὰς αἰτίας ἅστινας νομίζει τοσαύτης μεταβολῆς ἱκανὰς εἶναι δύναμιν ἐς τὸ μεταστῆσαι σχεῖν· ἐγὼ δὲ οἷόν τε ἐγίγνετο λέξω, καὶ ἀφ’ ὧν ἄν τις σκοπῶν, εἴ ποτε καὶ αὖθις ἐπιπέσοι, μάλιστ’ ἂν ἔχοι τι προειδὼς μὴ ἀγνοεῖν, ταῦτα δηλώσω αὐτός τε νοσήσας καὶ αὐτὸς ἰδὼν ἄλλους πάσχοντας.
Non erano ancora molti giorni che si trovavano in Attica che ad Atene per la prima volta scoppiò l’epidemia; a quanto si diceva, già in precedenza si era abbattuta su molti paesi, a Lemno e altrove, ma in nessun luogo si ricordava una pestilenza di tale gravità e una tale perdita di vite umane. Ché nulla potevano i medici, che non conoscevano quel male e si trovavano a curarlo per la prima volta – ed anzi erano i primi a caderne vittime in quanto erano loro a trovarsi più a diretto contatto con chi ne era colpito –, e nulla poteva ogni altra arte umana; recarsi in pellegrinaggio ai santuari, consultare gli oracoli e fare ricorso ad altri mezzi questo tipo, tutto era inutile. Alla fine sopraffatti dal morbo, desistettero da ogni tentativo. Il morbo si era manifesta inizialmente, a quanto si dice, nella regione dell’Etiopia oltre l’Egitto, e poi era disceso in Egitto, in Libia e nella maggior parte dei territori del re di Persia. La città di Atene ne fu invasa all’improvviso: i primi ad essere presi dal contagio furono quelli del Pireo, ed essi perciò dissero che i Peloponnesiaci avevano avvelenato i pozzi (al Pireo allora non esistevano ancora fonti d’acqua sorgiva). Poi il contagio si diffuse anche nella città alta, e il numero dei morti crebbe spaventosamente. Ognuno, medico o profano, potrà esprimere la sua opinione al riguardo: quale ne fu probabilmente l’origine, e quali ritiene che possano essere state le cause in grado di operare un così grande sconvolgimento, capaci cioè di un tale disastroso effetto; per conto mio mi limiterò a descrivere il modo in cui il morbo si manifestava e i sintomi che vanno osservati qualora scoppi una nuova epidemia, per poterlo riconoscere tempestivamente, avendone una qualche esperienza; e questo è quanto riferirò, dopo essere stato colpito io stesso dal morbo, e aver visto altri soffrirne (trad. M. Cagnetta).
Conseguenza della peste fu lo scoraggiamento (ἀθυμία) di chi capiva di essere malato (2. 51. 4): δεινότατον δὲ παντὸς ἦν τοῦ κακοῦ ἥ τε ἀθυμία ὁπότε τις αἴσθοιτο κάμνων (“Ma l’aspetto più grave di questo male era da un lato lo scoraggiamento da cui era preso chi si accorgeva di esserne stato colpito”, trad. M. Cagnetta). Segnalo che ritroveremo lo scoraggiamento (ἀθυμία) anche come effetto di situazioni di grave difficoltà, ad esempio in ambito militare. Un dato interessante è che l’analisi del morbo e delle sue conseguenze che Tucidide propone ha, come è stato notato, tratti in comune con la descrizione di sconvolgimenti politici e sociali, come la στάσις di Corcira di cui parleremo tra poco: la guerra civile viene analizzata come una malattia del corpo sociale.
3. La στάσις
Nella letteratura greca di età classica vi sono vari concetti in qualche modo correlati con l’idea di uno sconvolgimento politico e sociale (punti 2 e 3 della definizione del Vocabolario Treccani). Anzitutto στάσις, termine che indica il conflitto violento che scoppia all’interno di una comunità politica. Il caso esemplare è quello della στάσις di Corcira analizzata da Tucidide in 3. 80-82. Non posso riportare l’intero passo tucidideo: mi limito ad alcune sezioni particolarmente significative per la terminologia. In 3. 80. 2 gli Ateniesi vengono a sapere della στάσις: ἃς οἱ Ἀθηναῖοι πυνθανόμενοι τὴν στάσιν καὶ τὰς μετ’ Ἀλκίδου ναῦς ἐπὶ Κέρκυραν μελλούσας πλεῖν ἀπέστειλαν καὶ Εὐρυμέδοντα τὸν Θουκλέους στρατηγόν (“Gli Ateniesi le avevano inviate [scil. le navi], ai comandi dello stratego Eurimedonte figlio di Tucle, non appena avevano saputo della sedizione di Corcira”, trad. M. Cagnetta). In 3. 82. 1-3 si addensano molti termini interessanti per la nostra ricerca:
οὕτως ὠμὴ〈ἡ〉στάσις προυχώρησε, καὶ ἔδοξε μᾶλλον, διότι ἐν τοῖς πρώτη ἐγένετο, ἐπεὶ ὕστερόν γε καὶ πᾶν ὡς εἰπεῖν τὸ Ἑλληνικὸν ἐκινήθη, διαφορῶν οὐσῶν ἑκασταχοῦ τοῖς τε τῶν δήμων προστάταις τοὺς Ἀθηναίους ἐπάγεσθαι καὶ τοῖς ὀλίγοις τοὺς Λακεδαιμονίους. καὶ ἐν μὲν εἰρήνῃ οὐκ ἂν ἐχόντων πρόφασιν οὐδ’ ἑτοίμων παρακαλεῖν αὐτούς, πολεμουμένων δὲ καὶ ξυμμαχίας ἅμα ἑκατέροις τῇ τῶν ἐναντίων κακώσει καὶ σφίσιν αὐτοῖς ἐκ τοῦ αὐτοῦ προσποιήσει ῥᾳδίως αἱ ἐπαγωγαὶ τοῖς νεωτερίζειν τι βουλομένοις ἐπορίζοντο. καὶ ἐπέπεσε πολλὰ καὶ χαλεπὰ κατὰ στάσιν ταῖς πόλεσι, γιγνόμενα μὲν καὶ αἰεὶ ἐσόμενα, ἕως ἂν ἡ αὐτὴ φύσις ἀνθρώπων ᾖ, μᾶλλον δὲ καὶ ἡσυχαίτερα καὶ τοῖς εἴδεσι διηλλαγμένα, ὡς ἂν ἕκασται αἱ μεταβολαὶ τῶν ξυντυχιῶν ἐφιστῶνται. ἐν μὲν γὰρ εἰρήνῃ καὶ ἀγαθοῖς πράγμασιν αἵ τε πόλεις καὶ οἱ ἰδιῶται ἀμείνους τὰς γνώμας ἔχουσι διὰ τὸ μὴ ἐς ἀκουσίους ἀνάγκας πίπτειν· ὁ δὲ πόλεμος ὑφελὼν τὴν εὐπορίαν τοῦ καθ’ ἡμέραν βίαιος διδάσκαλος καὶ πρὸς τὰ παρόντα τὰς ὀργὰς τῶν πολλῶν ὁμοιοῖ. ἐστασίαζέ τε οὖν τὰ τῶν πόλεων, καὶ τὰ ἐφυστερίζοντά που πύστει τῶν προγενομένων πολὺ ἐπέφερε τὴν ὑπερβολὴν τοῦ καινοῦσθαι τὰς διανοίας τῶν τ’ ἐπιχειρήσεων περιτεχνήσει καὶ τῶν τιμωριῶν ἀτοπίᾳ.
A tal punto di crudeltà giunse questa guerra civile; e parve ancor più crudele perché fu tra le prime: in seguito ne fu sconvolto, per così dire, tutto il mondo greco; e in ogni città vi erano lotte fra i capi del partito popolare, che chiedevano l’intervento di Atene, e gli oligarchi, che chiedevano quello di Sparta. E mentre in tempo di pace sarebbe mancato loro il pretesto, e neppure sarebbero stati propensi a chiamarli, in stato di guerra questi interventi, richiesti da chi intendeva prendere iniziative eversive, venivano garantiti volentieri all’una come all’altra parte in lotta al fine di nuocere agli avversari e al tempo stesso guadagnarsi alleati. Molte gravi sciagure colpirono le città lacerate dalla guerra civile, quali accadone e sempre accadranno finché la natura umana resterà uguale a se stessa, ma che si intensificano, si attenuano e prendono forma differente a seconda del prodursi di alterne vicende. In tempi di pace e di prosperità infatti gli Stati e i singoli individui, liberi dalla stretta di imperiose necessità, sono animati da sentimenti migliori. Ma la guerra, portando via la comodità delle consuetudini d’ogni giorno, è maestra di violenza, e rende conforme alle circostanze l’indole dei più. Nelle città dunque infuriava la guerra civile, e quelle che per qualche motivo erano giunte a questo solo più tardi, a conoscenza di ciò che altrove era già avvenuto, andavano molto più in là nell’escogitare trovate nuove e sempre peggiori con l’astuzia dei loro attacchi e il carattere inaudito delle loro vendette (trad. M. Cagnetta).
Il verbo κινέω si può confrontare con il proemio dell’opera di Tucidide (1. 1. 2: κίνησις γὰρ αὕτη μεγίστη δὴ τοῖς Ἕλλησιν ἐγένετο καὶ μέρει τινὶ τῶν βαρβάρων, ὡς δὲ εἰπεῖν καὶ ἐπὶ πλεῖστον ἀνθρώπων, “Fu il più grande sconvolgimento prodottosi nel mondo greco e, in certa misura, in quello non greco: insomma per la gran parte dell’umanità”, trad. L. Canfora). Il legame terminologico e concettuale con il proemio è fondamentale per comprendere le concezioni e le motivazioni profonde di Tucidide. Una formulazione che richiama il celebre passo programmatico è quella sui fatti che sono sempre accaduti e sempre accadranno finché la natura umana rimarrà uguale a se stessa (ἕως ἂν ἡ αὐτὴ φύσις ἀνθρώπων ᾖ), che si può accostare al celebre passo programmatico (1. 22. 4) in cui Tucidide definisce lo scopo della sua opera:
καὶ ἐς μὲν ἀκρόασιν ἴσως τὸ μὴ μυθῶδες αὐτῶν ἀτερπέστερον φανεῖται· ὅσοι δὲ βουλήσονται τῶν τε γενομένων τὸ σαφὲς σκοπεῖν καὶ τῶν μελλόντων ποτὲ αὖθις κατὰ τὸ ἀνθρώπινον τοιούτων καὶ παραπλησίων ἔσεσθαι, ὠφέλιμα κρίνειν αὐτὰ ἀρκούντως ἕξει. κτῆμά τε ἐς αἰεὶ μᾶλλον ἢ ἀγώνισμα ἐς τὸ παραχρῆμα ἀκούειν ξύγκειται.
Probabilmente il mio racconto risulterà poco dilettevole in una pubblica lettura proprio perché privo di finalità artistiche. A me però basterà il fatto che lo ritengano utile quanti vorranno vedere con precisione i fatti passati e orientarsi un domani di fronte agli eventi, quando stiano per verificarsi, uguali o simili, in ragione della natura umana. Ciò che ho composto è una acquisizione perenne, non un pezzo di bravura mirante al successo immediato (trad. L. Canfora).
Il riferimento alla stabilità della natura umana in entrambi i passi ci fa capire che Tucidide si è servito delle vicende drammatiche di Corcira come di un paradigma da cui i lettori della sua opera avrebbero potuto trarre giovamento.
Il conflitto interno colpisce anche regni di grande solidità, come la Persia di Ciro il Grande che Senofonte nella Ciropedia porta ad esempio di uomo di potere che è stato in grado di amministrare con efficacia un grande impero. Alla sua morte però i suoi figli entrarono in conflitto e popoli e città si ribellarono (8. 8. 2):
ἐπεὶ μέντοι Κῦρος ἐτελεύτησεν, εὐθὺς μὲν αὐτοῦ οἱ παῖδες ἐστασίαζον, εὐθὺς δὲ πόλεις καὶ ἔθνη ἀφίσταντο, πάντα δ᾽ ἐπὶ τὸ χεῖρον ἐτρέποντο.
Tuttavia, dopo la morte di Ciro, i suoi figli entrarono subito in lotta, e subito popoli e città si ribellarono, e tutto volgeva al peggio (trad. A. L. Santarelli).
4. ἀπορία
Un altro termine che può essere chiamato in causa è ἀπορία, che indica la mancanza di via d’uscita e quindi una situazione di grave difficoltà che spesso produce scoramento (ἀθυμία). Occorre precisare che molto spesso il termine indica la mancanza di acqua, cibo, mezzi di sostentamento, risorse, specificata da un genitivo: qui verranno proposti alcuni casi di uso del termine con valore generale di ‘mancanza di via d’uscita’, ‘estrema difficoltà’. È un termine che incontriamo spesso in contesto militare, come nel racconto tucidideo delle difficoltà estreme della spedizione ateniese in Sicilia (Thuc. 7. 44. 1): καὶ ἐνταῦθα ἤδη ἐν πολλῇ ταραχῇ καὶ ἀπορίᾳ ἐγίγνοντο οἱ Ἀθηναῖοι, ἣν οὐδὲ πυθέσθαι ῥᾴδιον ἦν οὐδ᾽ ἀφ᾽ ἑτέρων ὅτῳ τρόπῳ ἕκαστα ξυνηνέχθη (“A questo punto, gli Ateniesi venivano a trovarsi in uno stato di grande disordine e difficoltà, a proposito del quale non è stato facile avere informazioni neppure dagli altri, in che modo ogni singola cosa sia avvenuta”, trad. A. Corcella). Si noti qui l’associazione di ἀπορία con ταραχή, un termine che ritroveremo nelle Elleniche di Senofonte per descrivere la situazione critica della Grecia dopo la battaglia di Mantinea. Il termine ricorre qualche paragrafo più oltre (7. 44. 6): μέγιστον δὲ καὶ οὐχ ἥκιστα ἔβλαψε καὶ ὁ παιανισμός: ἀπὸ γὰρ ἀμφοτέρων παραπλήσιος ὢν ἀπορίαν παρεῖχεν (“In maniera gravissima, e non meno degli altri elementi, li danneggiò anche il canto del peana: ché, essendo simile da entrambe le parti, creò una situazione di incertezza”, trad. A. Corcella). Sempre nel contesto della spedizione siciliana il termine si incontra nuovamente con lo stesso valore in 2. 60. 2 e in 2. 67. 4 (nel discorso di Gilippo).
Qualcosa del genere avviene anche nell’Anabasi di Senofonte quando, dopo la morte di Ciro il Giovane nella battaglia di Cunassa, i mercenari si trovano soli in un territorio sconosciuto e remoto (Xen. anab. 3. 1. 2 s.):
ἐπεὶ δὲ οἱ στρατηγοὶ συνειλημμένοι ἦσαν καὶ τῶν λοχαγῶν καὶ τῶν στρατιωτῶν οἱ συνεπόμενοι ἀπωλώλεσαν, ἐν πολλῇ δὴ ἀπορίᾳ ἦσαν οἱ Ἕλληνες, ἐννοούμενοι ὅτι ἐπὶ ταῖς βασιλέως θύραις ἦσαν, κύκλῳ δὲ αὐτοῖς πάντῃ πολλὰ καὶ ἔθνη καὶ πόλεις πολέμιαι ἦσαν, ἀγορὰν δὲ οὐδεὶς ἔτι παρέξειν ἔμελλεν, ἀπεῖχον δὲ τῆς Ἑλλάδος οὐ μεῖον ἢ μύρια στάδια, ἡγεμὼν δ᾽ οὐδεὶς τῆς ὁδοῦ ἦν, ποταμοὶ δὲ διεῖργον ἀδιάβατοι ἐν μέσῳ τῆς οἴκαδε ὁδοῦ, προυδεδώκεσαν δὲ αὐτοὺς καὶ οἱ σὺν Κύρῳ ἀναβάντες βάρβαροι, μόνοι δὲ καταλελειμμένοι ἦσαν οὐδὲ ἱππέα οὐδένα σύμμαχον ἔχοντες, ὥστε εὔδηλον ἦν ὅτι νικῶντες μὲν οὐδένα ἂν κατακάνοιεν, ἡττηθέντων δὲ αὐτῶν οὐδεὶς ἂν λειφθείη· ταῦτ᾽ ἐννοούμενοι καὶ ἀθύμως ἔχοντες ὀλίγοι μὲν αὐτῶν εἰς τὴν ἑσπέραν σίτου ἐγεύσαντο, ὀλίγοι δὲ πῦρ ἀνέκαυσαν, ἐπὶ δὲ τὰ ὅπλα πολλοὶ οὐκ ἦλθον ταύτην τὴν νύκτα, ἀνεπαύοντο δὲ ὅπου ἐτύγχανον ἕκαστος, οὐ δυνάμενοι καθεύδειν ὑπὸ λύπης καὶ πόθου πατρίδων, γονέων, γυναικῶν, παίδων, οὓς οὔποτ᾽ ἐνόμιζον ἔτι ὄψεσθαι. οὕτω μὲν δὴ διακείμενοι πάντες ἀνεπαύοντο.
Una volta catturati gli strateghi e uccisi i locaghi e i soldati che li avevano accompagnati, i Greci si trovavano in grave difficoltà: consideravano infatti che ormai erano nei pressi delle porte del re, circondati da ogni parte da molte popolazioni e città nemiche: nessuno era disposto ad aprire loro un mercato, distavano dalla Grecia non meno di diecimila stadi, non avevano nessuna guida che indicasse loro il cammino, e fiumi invalicabili li avrebbero bloccati lungo la strada verso casa; anche i barbari che avevano seguito Ciro nella marcia verso l’interno li avevano traditi ed essi erano rimasti soli, senza l’appoggio di un solo cavaliere: perciò era chiarissimo che, in caso di vittoria, non sarebbero riusciti a uccidere neppure un nemico, mentre, in caso di sconfitta, nessuno di loro sarebbe sopravvissuto. Riflettendo su tutto ciò e in preda allo scoraggiamento, ben pochi verso sera toccarono cibo, ben pochi accesero il fuoco, mentre molti, quella notte, non rientrarono nel campo, ma si misero a riposare ciascuno dove si trovava, senza riuscire a prendere sonno per l’angoscia e per la nostalgia della patria, dei genitori, delle mogli, dei figli, che pensavano che non avrebbero mai più rivisto. Fu dunque in questa condizione di spirito che tutti trascorsero la notte (trad. F. Bevilacqua).
Il termine ritorna in 3. 1. 11 s.:
ἐπεὶ δὲ ἀπορία ἦν, ἐλυπεῖτο μὲν σὺν τοῖς ἄλλοις καὶ οὐκ ἐδύνατο καθεύδειν· μικρὸν δ᾽ ὕπνου λαχὼν εἶδεν ὄναρ. ἔδοξεν αὐτῷ βροντῆς γενομένης σκηπτὸς πεσεῖν εἰς τὴν πατρῴαν οἰκίαν, καὶ ἐκ τούτου λάμπεσθαι πᾶσα. περίφοβος δ᾽ εὐθὺς ἀνηγέρθη, καὶ τὸ ὄναρ τῇ μὲν ἔκρινεν ἀγαθόν, ὅτι ἐν πόνοις ὢν καὶ κινδύνοις φῶς μέγα ἐκ Διὸς ἰδεῖν ἔδοξε: τῇ δὲ καὶ ἐφοβεῖτο, ὅτι ἀπὸ Διὸς μὲν βασιλέως τὸ ὄναρ ἐδόκει αὐτῷ εἶναι, κύκλῳ δὲ ἐδόκει λάμπεσθαι τὸ πῦρ, μὴ οὐ δύναιτο ἐκ τῆς χώρας ἐξελθεῖν τῆς βασιλέως, ἀλλ᾽ εἴργοιτο πάντοθεν ὑπό τινων ἀποριῶν.
In quella situazione così difficile Senofonte era angosciato al pari degli altri e non riusciva a prendere sonno; poi però si assopì per un poco e fece un sogno. Gli sembrò che, scoppiato un temporale, un fulmine si abbattesse sulla sua casa paterna e che essa, quindi, fosse tutta quanta avvolta da bagliori. Atterrito, si svegliò di soprassalto. Il sogno gli parve da un lato favorevole, perché, mentre si trovava in mezzo a sofferenze e pericoli, aveva creduto di vedere una grande luce proveniente da Zeus; d’altro canto però, poiché il sogno gli sembrava venire da Zeus re e il fuoco pareva brillare in cerchio tutto intorno, temeva di non poter uscire dal territorio del re, ma di rimanere bloccato da ostacoli che lo circondavano da ogni parte (trad. F. Bevilacqua).
5. Gli sconvolgimenti istituzionali e le loro conseguenze
Senofonte nelle Elleniche riflette spesso sui mutamenti violenti che colpiscono le istituzioni. Propongo due esempi molto chiari, a partire da Xen. Hell. 2.3.24:
ἐπεὶ δὲ ὁ Θηραμένης παρῆν, ἀναστὰς ὁ Κριτίας ἔλεξεν ὧδε. ὦ ἄνδρες βουλευταί, εἰ μέν τις ὑμῶν νομίζει πλείους τοῦ καιροῦ ἀποθνῄσκειν, ἐννοησάτω ὅτι ὅπου πολιτεῖαι μεθίστανται πανταχοῦ ταῦτα γίγνεται· πλείστους δὲ ἀνάγκη ἐνθάδε πολεμίους εἶναι τοῖς εἰς ὀλιγαρχίαν μεθιστᾶσι διά τε τὸ πολυανθρωποτάτην τῶν Ἑλληνίδων τὴν πόλιν εἶναι καὶ διὰ τὸ πλεῖστον χρόνον ἐν ἐλευθερίᾳ τὸν δῆμον τεθράφθαι.
Poi quando arrivò Teramene, Crizia si alzò e parlò così: “Buleuti, se qualcuno di voi ritiene che siano messe a morte più persone di quante ne richiedano le circostanze, rifletta sul fatto che ovunque cambiano le costituzioni avvengono le stesse cose; qui poi è inevitabile che siano moltissimi i nemici di coloro che hanno cambiato la costituzione in una oligarchia, perché la nostra città è la più popolosa della Grecia e da moltissimo tempo il popolo è mantenuto in un regime di libertà” (trad. U. Bultrighini).
Per tradurre il termine πολιτεία preferisco ‘istituzioni’ perché i Greci non avevano una legge fondamentale dello Stato come sono le costituzioni dei paesi moderni e perché il termine si riferisce all’insieme delle norme e delle consuetudini che regolavano la vita della città. Il passo si inserisce nella narrazione che Senofonte dedica al regime dei Trenta tiranni e in particolare al momento in cui Crizia ha organizzato un complotto per liberarsi di Teramene. Sempre al discorso di Crizia appartiene un altro passo in cui si parla dei mutamenti istituzionali e delle loro conseguenze (Xen. Hell. 2. 3. 32):
καὶ εἰσὶ μὲν δήπου πᾶσαι μεταβολαὶ πολιτειῶν θανατηφόροι, σὺ δὲ διὰ τὸ εὐμετάβολος εἶναι πλείστοις μὲν μεταίτιος εἶ ἐξ ὀλιγαρχίας ὑπὸ τοῦ δήμου ἀπολωλέναι, πλείστοις δ᾽ ἐκ δημοκρατίας ὑπὸ τῶν βελτιόνων. οὗτος δέ τοί ἐστιν ὃς καὶ ταχθεὶς ἀνελέσθαι ὑπὸ τῶν στρατηγῶν τοὺς καταδύντας Ἀθηναίων ἐν τῇ περὶ Λέσβον ναυμαχίᾳ αὐτὸς οὐκ ἀνελόμενος ὅμως τῶν στρατηγῶν κατηγορῶν ἀπέκτεινεν αὐτούς, ἵνα αὐτὸς περισωθείη.
È certo scontato che ogni rivolgimento costituzionale comporti perdite di vite umane, però tu, per la facilità con cui cambi bandiera, sei corresponsabile dell’uccisione per mano del Popolo di moltissimi uomini della cerchia oligarchica, ma sei anche corresponsabile dell’uccisione di moltissimi democratici per mano degli aristocratici. È questo anche l’uomo che, incaricato dagli strateghi di recuperare i naufraghi ateniesi nella battaglia navale presso Lesbo, ebbene proprio lui non solo non raccolse i naufraghi, ma mise pure sotto accusa e fece mandare a morte gli strateghi, per salvarsi lui la vita (trad. U. Bultrighini).
Va notato l’uso del termine μεταβολή che abbiamo già incontrato nel passo di Tucidide sulla peste di Atene.
6. ἀκρισία καὶ ταραχή
Senofonte è attento sia agli sconvolgimenti istituzionali, come l’instaurazione della tirannide dei Trenta, sia all’assetto generale di una Grecia nella quale non si affermavano egemonie stabili. Le riflessioni che chiudono le Elleniche si collocano nel momento successivo alla battaglia di Mantinea del 362 a.C. (Xen. Hell. 7. 5. 26 s.):
τούτων δὲ πραχθέντων τοὐναντίον ἐγεγένητο οὗ ἐνόμισαν πάντες ἄνθρωποι ἔσεσθαι. συνεληλυθυίας γὰρ σχεδὸν ἁπάσης τῆς Ἑλλάδος καὶ ἀντιτεταγμένων, οὐδεὶς ἦν ὅστις οὐκ ᾤετο, εἰ μάχη ἔσοιτο, τοὺς μὲν κρατήσαντας ἄρξειν, τοὺς δὲ κρατηθέντας ὑπηκόους ἔσεσθαι: ὁ δὲ θεὸς οὕτως ἐποίησεν ὥστε ἀμφότεροι μὲν τροπαῖον ὡς νενικηκότες ἐστήσαντο, τοὺς δὲ ἱσταμένους οὐδέτεροι ἐκώλυον, νεκροὺς δὲ ἀμφότεροι μὲν ὡς νενικηκότες ὑποσπόνδους ἀπέδοσαν, ἀμφότεροι δὲ ὡς ἡττημένοι ὑποσπόνδους ἀπελάμβανον, νενικηκέναι δὲ φάσκοντες ἑκάτεροι οὔτε χώρᾳ οὔτε πόλει οὔτ᾽ ἀρχῇ οὐδέτεροι οὐδὲν πλέον ἔχοντες ἐφάνησαν ἢ πρὶν τὴν μάχην γενέσθαι· ἀκρισία δὲ καὶ ταραχὴ ἔτι πλείων μετὰ τὴν μάχην ἐγένετο ἢ πρόσθεν ἐν τῇ Ἑλλάδι. ἐμοὶ μὲν δὴ μέχρι τούτου γραφέσθω· τὰ δὲ μετὰ ταῦτα ἴσως ἄλλῳ μελήσει.
Le conseguenze di questi avvenimenti erano state l’esatto contrario di ciò che tutti gli uomini si erano aspettati. Poiché infatti quasi tutta la Grecia si era riunita e affrontata, non c’era nessuno che non avesse pensato che, se ci fosse stata una battaglia, i vincitori avrebbero avuto la supremazia, e gli sconfitti sarebbero stati i loro sottomessi. Ma la divinità fece sì che entrambi innalzassero un trofeo come se avessero vinto, e nessuno dei due impedì all’altro di innalzarlo, ed entrambi restituirono i caduti concedendo una tregua, come se avessero vinto, ed entrambi recuperarono i propri chiedendo la tregua, come se fossero stati sconfitti. Benché gli uni e gli altri sostenessero di aver riportato la vittoria, in realtà né nel territorio, né nelle città, né nell’autorità risultarono aver fatto progressi visibili rispetto a prima della battaglia; e dopo la battaglia in Grecia vi fu più confusione e disordine di prima. Per quanto mi riguarda dunque, il mio scritto arriva fino a questo punto; degli avvenimenti successivi forse si occuperà qualcun altro (trad. U. Bultrighini).
I due termini ἀκρισία καὶ ταραχή indicano uno stato di confusione e di incertezza. Il primo in particolare è, come κρίσις, legato al verbo κρίνω, che indica l’azione di ‘separare’, ‘distinguere’, da cui i significati di ‘giudicare’, ‘emettere una sentenza’, ‘pensare’. La situazione della Grecia non permetteva di distinguere i vincitori dai vinti e la confusione regnava sovrana.
7. ἀμηχανία
L’ultimo termine che prendo in esame, ἀμηχανία, indica l’impossibilità di trovare una soluzione, l’impotenza di fronte a una situazione difficile. Deriva da μηχανή (‘macchina’, ‘ordigno’ e per traslato ‘espediente’, ‘artificio’), a cui è aggiunto un α privativo. Frequentemente gli eroi della tragedia si trovano in una condizione di impotenza, come il Prometeo di Eschilo di fronte a Kratos, personificazione del potere che chiede a Efesto di stringere bene i ceppi perché il prigioniero non possa sfuggire (Aesch. Prom. 52-60):
Κρ. οὔκουν ἐπείξῃ τῷδε δεσμὰ περιβαλεῖν,
ὡς μή σ' ἐλινύοντα προσδερχθῇ πατήρ;
Ηφ. καὶ δὴ πρόχειρα ψάλια δέρκεσθαι πάρα.
Κρ. βαλών νιν ἀμφὶ χερσὶν ἐγκρατεῖ σθένει 55
ῥαιστῆρι θεῖνε, πασσάλευε πρὸς πέτραις.
Ηφ. περαίνεται δὴ κοὐ ματᾷ τοὔργον τόδε.
Κρ. ἄρασσε μᾶλλον, σφίγγε, μηδαμῇ χάλα·
δεινὸς γὰρ εὑρεῖν κἀξ ἀμηχάνων πόρον. 59
Ηφ. ἄραρεν ἥδε γ' ὠλένη δυσεκλύτως.
Potere. E allora sbrigati a incatenarlo! Non vorrai mica farti sorprendere così da tuo padre, con le mani in mano!
Efesto. Ecco qui i ceppi già pronti, può ben vederli!
Potere. Mettiglieli ai polsi e pesta il martello con tutta la tua forza, conficcali nella pietra.
Efesto. Lo sto facendo ed è un lavoro ben fatto.
Potere. Batti più forte, falli stretti, non lasciare nessun lasco! Lui è bravo a divincolarsi anche nelle situazioni più impossibili.
Efesto. Ecco, questo braccio è bloccato, non potrà liberarsi.
(trad. D. Susanetti)
In questo caso la ἀμηχανία è l’impossibilità, direi meccanica, di liberarsi, anche per un personaggio capace di sfuggire persino quando questo sembra impossibile.
Nell’Antigone di Sofocle la ἀμηχανία riguarda Ismene che non è in grado di affrontare la prova alla quale Antigone la vuole sottoporre seppellendo il fratello Polinice. Di fronte alla risoluta volontà di Antigone Ismene si dichiara ἀμήχανος e, usando lo stesso termine, afferma che la sorella brama l’impossibile (Soph. Ant. 78-90):
Ἰσμ. ἐγὼ μὲν οὐκ ἄτιμα ποιοῦμαι, τὸ δὲ
βίᾳ πολιτῶν δρᾶν ἔφυν ἀμήχανος.
Ἀντ. σὺ μὲν τάδʼ ἂν προὔχοιʼ· ἐγὼ δὲ δὴ τάφον 80
χώσουσʼ ἀδελφῷ φιλτάτῳ πορεύσομαι.
Ἰσμ. οἴμοι ταλαίνης, ὡς ὑπερδέδοικά σου.
Ἀντ. μὴ ʼμοῦ προτάρβει· τὸν σὸν ἐξόρθου πότμον.
Ἰσμ. ἀλλʼ οὖν προμηνύσῃς γε τοῦτο μηδενὶ
τοὔργον, κρυφῇ δὲ κεῦθε, σὺν δʼ αὔτως ἐγώ. 85
Ἀντ. οἴμοι, καταύδα· πολλὸν ἐχθίων ἔσει
σιγῶσʼ, ἐὰν μὴ πᾶσι κηρύξῃς τάδε.
Ἰσμ. θερμὴν ἐπὶ ψυχροῖσι καρδίαν ἔχεις.
Ἀντ. ἀλλʼ οἶδʼ ἀρέσκουσʼ οἷς μάλισθʼ ἁδεῖν με χρή.
Ἰσμ. εἰ καὶ δυνήσει γʼ· ἀλλʼ ἀμηχάνων ἐρᾷς. 90
Ismene. Non è una questione di principi: semplicemente, non ho la forza di agire sfidando la città.
Antigone. Cerca pure dei pretesti: io andrò a cospargere di terra il fratello che amo.
Ismene. Ah, infelice, come tremo per te!
Antigone. Non darti pena per me: metti in salvo il tuo destino.
Ismene. Almeno non rivelare a nessuno il tuo piano, ma tienilo nascosto, come farò io.
Antigone. No, gridalo alto: tanto più mi sarai odiosa col tuo silenzio, se non lo proclamerai davanti a tutti.
Ismene. Tu hai un cuore ardente per un’azione agghiacciante.
Antigone. Ma so di piacere a quelli a cui è mio obbligo piacere.
Ismene. Certo, se ne avrai la possibilità, ma tu brami l’impossibile.
(trad. F. Ferrari)
Nell’Ippolito di Euripide, nella lunga tirata del protagonista contro le donne, trova spazio una formulazione che, per la nostra cultura, è fortemente misogina (642-644):
τὸ γὰρ κακοῦργον μᾶλλον ἐντίκτει Κύπρις
ἐν ταῖς σοφαῖσιν· ἡ δ’ ἀμήχανος γυνὴ
γνώμῃ βραχείᾳ μωρίαν ἀφῃρέθη.
Ché l’indole malvagia è propria delle donne intelligenti che Cipride l’infonde: l’impacciata, di mente corta, almeno non impazza (trad. F. M. Pontani).
La preferenza per la donna ἀμήχανος, che non è in grado di escogitare espedienti, rispetto alle donne dotate di σοφία comporta che queste ultime sappiano, al contrario, trovare vie d’uscita nelle situazioni difficili.
L’ultimo passo che propongo è tratto dall’Ecuba. Dopo che la protagonista ha accecato Polimestore e ha ucciso i suoi figli, Agamennone si rivolge ad Ecuba (1122 s.):
Ἀγαμ. τί φῄς; σὺ τοὔργον εἴργασαι τόδʼ, ὡς λέγει;
σὺ τόλμαν, Ἑκάβη, τήνδʼ ἔτλης ἀμήχανον;
Agamennone. Come? Sei tu che hai fatto questo? È vero? Quest’ardire terribile fu tuo?
(trad. F. M. Pontani)
Come spesso accade, è molto difficile tradurre concetti propri di una cultura in una lingua diversa: qui l’atto di audacia compiuto da Ecuba è definito ἀμήχανον perché irrimediabile, ma Pontani traduce il termine con ‘terribile’, spostandosi nella sfera semantica del terrore, quasi a mostrare le reazioni del pubblico interno della tragedia al gesto di Ecuba.
In Erodoto il termine compare in 8. 111, in un contesto di grande interesse, nella narrazione dei fatti che fanno seguito alla battaglia di Salamina.
οἳ μὲν ταῦτα σημήναντες ἀπέπλεον ὀπίσω. οἱ δὲ Ἓλληνες, ἐπείτε σφι ἀπέδοξε μήτ᾽ ἐπιδιώκειν ἔτι προσωτέρω τῶν βαρβάρων τὰς νέας μήτε πλέειν ἐς τὸν Ἑλλήσποντον λύσοντας τὸν πόρον, τὴν Ἄνδρον περικατέατο ἐξελεῖν ἐθέλοντες. πρῶτοι γὰρ Ἄνδριοι νησιωτέων αἰτηθέντες πρὸς Θεμιστοκλέος χρήματα οὐκ ἔδοσαν, ἀλλὰ προϊσχομένου Θεμιστοκλέος λόγον τόνδε, ὡς ἥκοιεν Ἀθηναῖοι περὶ ἑωυτοὺς ἔχοντες δύο θεοὺς μεγάλους, πειθώ τε καὶ ἀναγκαίην, οὕτω τέ σφι κάρτα δοτέα εἶναι χρήματα, ὑπεκρίναντο πρὸς ταῦτα λέγοντες ὡς κατὰ λόγον ἦσαν ἄρα αἱ Ἀθῆναι μεγάλαι τε καὶ εὐδαίμονες, αἳ καὶ θεῶν χρηστῶν ἥκοιεν εὖ, ἐπεὶ Ἀνδρίους γε εἶναι γεωπείνας ἐς τὰ μέγιστα ἀνήκοντας, καὶ θεοὺς δύο ἀχρήστους οὐκ ἐκλείπειν σφέων τὴν νῆσον ἀλλ᾽ αἰεὶ φιλοχωρέειν, πενίην τε καὶ ἀμηχανίην, καὶ τούτων τῶν θεῶν ἐπηβόλους ἐόντας Ἀνδρίους οὐ δώσειν χρήματα· οὐδέκοτε γὰρ τῆς ἑωυτῶν ἀδυναμίης τὴν Ἀθηναίων δύναμιν εἶναι κρέσσω. οὗτοι μὲν δὴ ταῦτα ὑποκρινάμενοι καὶ οὐ δόντες τὰ χρήματα ἐπολιορκέοντο.
Trasmesse queste notizie, essi [scil. i Persiani] navigarono indietro. I Greci, quando ebbero deciso di non inseguire oltre le navi dei barbari e di non navigare fino all’Ellesponto per distruggere la via di passaggio, posero l’assedio ad Andro volendo conquistarla. Infatti, primi tra gli abitanti delle isole, erano stati gli Andri a non dare a Temistocle il denaro richiesto; anzi, quando Temistocle avanzò l’argomento che gli Ateniesi giungevano accompagnati da due grandi divinità, la Persuasione e la Necessità, e che dunque era assolutamente necessario che pagassero, risposero dicendo che a buon titolo Atene era grande e prospera, essa che era ben fornita di divinità giovevoli; gli Andri invece erano ormai diventati poverissimi di terra e due divinità inutili, la Povertà e l’Impotenza, non abbandonavano mai la loro isola ma vi soggiornavano sempre e, poiché possedevano simili divinità, gli Andri non avrebbero dato denaro: la potenza di Atene non avrebbe mai superato la loro impotenza. Dettero questa risposta, non consegnarono il denaro e subivano l’assedio (trad. A. Fraschetti).
Perdendo una sfumatura significativa, la traduzione equipara ἀμηχανίη e ἀδυναμίη, termine scelto da Erodoto per opposizione con la δύναμις di Atene, ma è interessante che in questo passo la mancanza di espedienti e di risorse per uscire da una situazione difficile sia personificato in divinità.
8. Qualche riflessione conclusiva
Come ho detto, i significati traslati moderni derivano tutti dalla sfera medica, per cui la crisi è un momento particolarmente acuto di una patologia. Si tratta di un fenomeno piuttosto comune per cui un termine greco usato in modo tecnico passa alle lingue moderne, mantenendo il significato tecnico, che si estende poi per traslato ad altri ambiti. In casi come questo il termine passa attraverso il latino come calco del greco. Si veda ad esempio Sen. ep. 83. 4: “Progymnastas meos quaeris? Unus mihi sufficit Pharius puer, ut scis, amabilis, sed mutabitur. Iam aliquem teneriorem quaero. Hic quidem ait nos eandem crisin habere, quia utrique dentes cadunt” (“Chiedi chi sono i miei allenatori? Me ne basta uno solo, il giovane schiavo Fario, che, come sai, si fa voler bene, ma intendo sostituirlo, ne cerco uno di ancor più tenera età. Fario, per la verità, dice che noi due stiamo attraversando un momento critico: ci cadono i denti”, trad. F. Solinas).
I termini greci che indicano una situazione di crisi psicologica, sociale o politica esprimono tutti la mancanza di via d’uscita o l’impossibilità di trovare espedienti o soluzioni e contengono una α privativa (ἀπορία, ἀμηχανία, e anche ἀδυναμίη di Hdt. 8. 111. 3), mentre στάσις è vocabolo per uno specifico tipo di crisi: quella sociale e politica che sfocia in un conflitto civile. Con il nesso ἀκρισία καὶ ταραχή del finale delle Elleniche si torna, almeno a livello etimologico, al verbo κρίνω, ma il termine non indica la situazione di crisi, ma l’impossibilità di discernere (κρίνω, appunto) in un contesto confuso e privo di punti di riferimento. Inoltre, quando i Greci descrivono situazioni di crisi, non considerano la crisi come un’opportunità, come la possibilità di cambiare in positivo il corso delle cose: prevale quello che in termini moderni è chiamato il pessimismo della ragione.
Mi è gradito ringraziare Giulia Ecca per le indicazioni che mi ha dato sul termine κρίσις nella letteratura medica