Docente di Storia e filosofia nella scuola secondaria. Scrittore, noto per reportage narrativi e saggi che intrecciano letteratura, politica e filosofia. Ha pubblicato poesie, romanzi e libri di non-fiction dedicati a migrazioni, lavoro, resistenza, figure storiche e disagio psichico nella società contemporanea. Collabora con riviste e quotidiani culturali, dirige una collana editoriale su salute mentale e società. Parallelamente è musicista e cantautore. Ha sviluppato anche un’intensa attività teatrale.
Sommario
Nella società degli individui e della prestazione, l’individuo è schiacciato da aspettative, vergogna e paura del fallimento: di qui, il sempre più dilagante disagio giovanile. La fragilità nasce da un “Io vetrificato” esposto allo sguardo sociale, alle pressioni familiari e alla disconnessione relazionale, che si esprime in sintomi corporei e ritiri. Le diagnosi rischiano di diventare gabbie identitarie invece che strumenti di comprensione. La via d’uscita risiede nell’ascolto, nella condivisione e nella riscoperta della vulnerabilità comune.
Parole chiave
Prestazione, fragilità, vergogna, relazione, fallimento, vulnerabilità.
Summary
In a society of individuals and performance, individuals are crushed by expectations, shame, and fear of failure: hence the increasingly widespread youth distress. Fragility arises from a "glazed self" exposed to the social gaze, family pressure, and relational disconnection, which expresses itself in physical symptoms and withdrawal. Diagnoses risk becoming identity cages rather than tools of understanding. The way out lies in listening, sharing, and rediscovering shared vulnerability.
Keywords
Performance, fragility, shame, relationship, failure, vulnerability.
Nella società degli individui, dove fa testo il motto thatcheriano “La società non esiste, esistono solo gli individui”, la natura relazionale della persona umana, la sua natura sociale, scompare: scompare la sua storia, scompare la parola. Ciò che resta è solo la dimensione privata – privata, appunto, della sua dimensione pubblica, preindividuale, sistemica. Ciascuno viene ridotto al suo sintomo, e per ogni sintomo c'è una diagnosi. Le categorie diagnostiche diventano gabbie identitarie, dove invece dovrebbero servire come strumenti utili per una prima comprensione, e poi essere fatte esplodere, liberando il senso specifico e irriducibile che ogni singola sofferenza vuole esprimere. Perché è questo che si tratta di fare: liberare. Dove, invece, le diagnosi rischiano di ingabbiare. Liberare il senso di una sofferenza significa anzitutto connetterlo in una rete relazionale di cui essa è espressione. Ogni sofferenza rimanda, sempre, al di là di se stessa. Il corpo/psiche parla, dice qualcosa, racconta storie che hanno bisogno di essere ascoltate. E gli adolescenti hanno bisogno di essere ascoltati più di chiunque altro.
Il fallimento
Il fallimento è l'incubo delle generazioni cresciuta nella società performativa degli individui. Una società che mette l'Io al centro, dove ogni Io è chiamato incessantemente a essere all'altezza di standard, giudizi, immagini, e di ingiunzioni prestazionali che ti si impongono in ogni ambito della vita. Si tratta di produrre se stessi, tutto ti chiama a farlo: Sii imprenditore di te stesso! Ed è una pressione che risulta intollerabile. La fragilità dei giovani, e il disagio sempre più diffuso, è legato a questo fattore. Si vive nel terrore dell'errore che dimostra che non sei all'altezza, che non sei capace, che non sei.
E così il fallimento – che nell'enunciato di Beckett «Ho sempre provato, ho sempre fallito. Non importa. Proverò ancora. Fallirò ancora. Fallirò meglio» era proprio quella necessità dell'umano, perché l'uomo vive nel e del suo proprio fallimento ed è fallendo che procede – diventa un evento intollerabile, che ti schiaccia.
Come spesso accade, sono i pubblicitari a cogliere meglio di tutti lo spirito del tempo. Just do it, è l'imperativo della Nike. Devi solo farlo. Tutto è lì, a tua disposizione, tutto è possibile. Sta a te prendertelo. Adidas, antagonista della Nike, ripete lo stesso concetto: Nothing is impossible. Niente è impossibile, appunto. Tutto è a tua disposizione, tu vivi immerso in un oceano di possibilità, non c'è più nulla di predeterminato, nulla che tu non possa conseguire, dipende da te, solo da te. Perché, come dice il terzo claim più volte usato negli anni, Tutto è intorno a te. Prenditelo. Sii artefice del tuo destino. Sei l'unico responsabile, e se non ce la fai, sei tu quello da biasimare. Sei tu e solo tu il vincente, sei tu e solo tu il perdente.
Sei dunque chiamato a essere continuamente all'altezza di standard performativi che ti sovrastano, ingiunzioni che ti soverchiano, in ogni ambito della tua vita. Eccellere in qualsiasi campo, essere all'altezza di standard in base ai quali sei scrutato, misurato, giudicato. Sei chiamato a produrre te stesso, freneticamente iperattivo, non c'è tempo da perdere. Devi accumulare – denaro, tempo, competenze, esperienze. Una generazione sovrastata dagli imperativi prestazionali di un mondo in cui massimamente virtuosa è la competizione, in cui ognuno deve conquistare la propria identità personale e insieme ascendere nella scala sociale grazie al proprio spirito di iniziativa, alla propria intraprendenza.
E a questo Io sovrainvestito di ingiunzioni prestazionali e di aspettative risulta intollerabile il fallimento, nonché il sentimento e il terrore di non essere all'altezza. A un certo punto arriva lo schianto. L'ipermodernità è rappresentabile in una sinusoide, nel pendolo costante tra up e down, tra una tonalità emotiva maniacale – devo produrre, devo fare, devo cogliere ogni possibilità, devo fare tutto, non ho tempo per farlo, ma devo farlo – e una tonalità emotiva depressiva – non riesco a fare tutto, sono incapace, impotente, inadeguato; viviamo insomma, come scrisse Mark Fisher, in un'epoca bipolare, dove il disturbo bipolare è descritto come costituito da un'incessante alternanza tra fasi di eccitamento e fasi depressive. In questa fase dell'ipermodernità, però, uno dei due poli ha il sopravvento: la depressione – che rinchiude l'individuo in un buco nero, e lo consegna alla sua solitudine – si fa di giorno in giorno più evidente agli occhi di tutti, le fasi depressive hanno preso il sopravvento nella psiche sociale. Il paradigma competitivo si fa sempre più insostenibile.
La vergogna e l'Io vetrificato
Nello stesso movimento, si fa sempre più insostenibile il peso della vergogna, di fronte a uno sguardo che ti misura, e che rivela quell'insufficienza che ti mette di fronte al tuo vuoto. Nella società normata dalla possibilità e non dal divieto, come era nella società edipica normata dalla Legge del Padre, l'individuo è sollecitato non più all'obbedienza, ma all'iniziativa, per essere all'altezza.
Non è più questione di colpa, legata alla legge che vieta – Edipo che si punisce per aver infranto il tabù – ma di vergogna, legata al profilo sociale – Narciso che non riesce a essere all'altezza del suo progetto, del proprio Io Ideale.
L'adolescente soffre più che mai, in questa società narcisistica Io-centrica, del regime di visibilità in cui è immerso, in cui essere significa essere visti, e dove si è costantemente esposti alla vergogna. La sua condizione è quella che ho chiamato Io vetrificato: trasparente come il vetro, esposto allo Sguardo e al suo Giudizio, all'immagine riflessa su di lui; e come il vetro fragile, esposto alla possibilità della disintegrazione. Se non capiamo questo, non capiamo nulla dei giovani. E purtroppo gli adulti troppo spesso non lo capiscono, e giudicano. E poi fanno diagnosi, perché l'individuo fragile come vetro è un individuo perennemente esposto a un disturbo, a una sofferenza quale che sia, ed è invitato a riconoscersi in questa sofferenza, in una qualche forma di diagnosi che dia un nome a questa sua fragilità. L'Io vetrificato non solo ha un disturbo, ma è un disturbo.
La radice della tanto lamentata, troppo spesso a sproposito, “fragilità” dell'Io al tempo di Narciso, sta in questo: troppo è il peso dello spettro della propria inadeguatezza, della propria insufficienza, della propria vergogna per non essere abbastanza. Le frustrazioni, si diceva, sono insopportabili per un Io sovrainvestito di attese, di aspettative: in questo consistono le patologie narcisistiche. Che sono crolli, schianti. E sono schianti che investono il corpo: la sofferenza prende corpo in sintomi che chiamiamo patologie, ma che prima di tutto esprimono un senso che si offre alla comprensione e va compreso.
Nel 2023, il collettivo del liceo linguistico Manzoni di Milano aveva diffuso un questionario tra gli studenti della scuola a proposito della loro salute mentale. La maggior parte degli studenti diceva di aver avuto almeno qualche volta crisi di pianto e breakdown, ed erano molti quelli che rispondevano “spesso”. “Ansia” era la parola più usata; “stress”, “stanchezza”, “insonnia”, “attacchi di panico” molto diffusi; e poi “dca”, “depressione”, “autolesionismo”, ma anche “dolori psicosomatici”, “cefalea”, “mal di stomaco”, “sfoghi sulla pelle”. E ancora, l'uso di espressioni come “demoralizzante”, “deteriorante”; “non mi sento all'altezza”, “mi abbatto spesso”; “crolli mentali”, “crisi di nervi”, “crisi isteriche”, “autostima abbattuta”; e si potrebbe continuare, se non si rischiasse di essere ripetitivi. Fu in base a questo che si decise un'occupazione, in cui questi sintomi venivano messi in comune, compresi, interpretati, agiti – diventando politica. Un fatto rivoluzionario: se nel '68 si occupavano le scuole contro l'autoritarismo, e nell'autoritarismo della scuola si riconosceva una matrice più ampia, quella Legge autoritaria, rigida e impositiva che normava l'intero corpo sociale, oggi si occupano le scuole contro la nuova Norma prestazionale, quella che rende ciascuno responsabile di essere all'altezza degli standard richiesti e lo chiama a produrre sé stesso e ad essere responsabile del proprio successo o del proprio fallimento. Ancora una volta, nella struttura scolastica si riconosce la stessa matrice della Norma sociale.
La famiglia affettiva e l'ipernarcisismo
Passaggio dalla società dell'Edipo a quella del Narciso significa anche passaggio dal modello di famiglia normativa e disciplinare al modello di famiglia affettiva. Famiglia affettiva significa una famiglia che ha come suo centro la costruzione di relazioni positive e dialogiche prima che la posizione di regole e la trasmissione di valori: ciò che appare come un importo assolutamente positivo rispetto alla famiglia normativa di un tempo, dove la Legge del Padre imperversava a suon di divieti e punizioni, all'interno di un mondo fatto di confini stabiliti e identità stabili. Ma questa trasformazione va pensata all'interno della società performativa, con il suo punto chiave del sovrainvestimento di aspettative: ciò che porta con sé il fatto che il progetto fondamentale della famiglia sia la costruzione della “felicità” del bambino, e che dall'orizzonte educativo siano bandite le emozioni negative. Nella società del Narciso, l'obiettivo è che il bambino sia una persona solare, come incautamente si usa dire, dimenticandosi che l'umano è fatto anche d'ombra, e quell'ombra deve poterla esprimere, articolare, darle senso. Invece sperimentare sentimenti negativi è considerato, nel modello pedagogico della famiglia affettiva, esso stesso un fallimento, e il bambino è tenuto lontano da ogni possibile frustrazione, fonte di sofferenza. Via ogni tristezza che corrughi il volto solare, il quale emana la luce che rischiara il sistema-famiglia. A dover essere protetto dal dolore non è solo il bambino, ma tutto il contesto del sistema-famiglia, che su quella positività investe ogni risorsa, e che di fronte a tristezza e sofferenza si scopre fragile, incapace di sopportarle. Tutto ciò che ha a che fare con la finitezza e il limite, e dunque con la vulnerabilità e la fragilità, viene messo ai margini.
Nella famiglia affettiva e adolescente, i ruoli affettivi sono diventati permeabili, perdendo i propri confini: le funzioni paterna e materna sono più intercambiabili di un tempo, e genitori che si vivono e vengono vissuti come giovani spesso tendono a un rapporto più amicale e confidenziale con figlio e figlia, ciò che però può essere da ostacolo per la loro autonomia. In questo sistema-famiglia, il figlio concentra su di sé aspettative e diventa oggetto di proiezioni (narcisistiche) del genitore, il quale finisce per considerarlo una propria estensione. A orientare tutta l'azione educativa – ciò per cui si può parlare a buon diritto di “narcisismo familiare” – è il progetto della realizzazione sociale del figlio, del suo successo, mettendogli a disposizione ogni risorsa possibile. E se il figlio è come un'estensione narcisistica del genitore, il quale non può accettare di fallire in quanto “buon genitore”, non può e non deve deludere le aspettative in lui riposte. Il figlio deve corrispondere a quelle attese, e deve essere la testimonianza incarnata che i propri genitori sono stati dei buoni genitori. Di fatto il figlio non esiste come un sé autonomo, ma è uno specchio dei genitori, dovendoli far sentire amati per le risorse affettive e materiali che hanno investito in lui. Gli adolescenti di oggi devono farsi carico anche della fragilità genitoriale, che moltiplica la propria: questo è un elemento decisivo nella costellazione delle “patologie narcisistiche” che si sono intensificate nell'epoca in cui la prima generazione educata nell'era del Narciso ha procreato. Da questo punto di vista, mi pare opportuno definire la contemporaneità, più che l'era del postnarcisismo come l'ha definita Matteo Lancini, a cui pure siamo tutti debitori per il materiale da lui osservato ed elaborato, l'era dell'ipernarcisismo, nel senso che il paradigma narcisistico si è fatto esponenziale. Figli fragili di genitori fragili, e una moltiplicazione di specchi - il tempo dell'Io vetrificato, si diceva, in una società bipolare in cui si è accentuata la fase depressiva e al centro sta la vulnerabilità dell'individuo.
Le forme di sofferenza
Si tratta di ascoltare il senso di un dissenso – perché ogni forma di sofferenza è una forma di dissenso. Un non con-sentire, un non risuonare con la situazione – con il modo del proprio essere situati nel mondo. Se non si è in grado di farne parola, è il corpo che parla, il corpo che nell'adolescenza è la questione. E il corpo parla con sintomi che raccontano della propria disconnessione dal mondo, del proprio disagio appunto - disagio, nella sua radice latina, indica proprio una condizione di non prossimità: non c'è nulla che mi sia vicino; nulla che io possa toccare, e che mi possa toccare. E se pensiamo alle forme di sofferenza più diffuse – ai “disturbi etnici” del nostro tempo – non vediamo che modalità di manifestare una profonda disconnessione dal mondo (non a caso si parla di patologie del desiderio): disturbi del comportamento alimentare, ritiro sociale, autolesionismo, attacchi di panico, condizione borderline...
La ricerca della perfezione; La paura: di deludere, del fallimento, del mondo esterno; il senso di inadeguatezza; il bisogno di controllo: tutto questo precipita nel corpo. Da diversi anni sono in progressivo aumento nell'ambito della popolazione adolescenziale una serie di condotte centrate sul corpo. La sofferenza che il corpo manifesta è un modo di colmare il vuoto non in modo adesivo e soggetto alle ingiunzioni della società degli individui e della prestazione, come nel caso di chi si consegna al godimento del consumo, ma sottraendosi a quelle ingiunzioni. Le varie forme di sofferenza sono in qualche modo forme di resistenza del corpo: nel sintomo c'è qualcosa che parla e dice “io esisto anche se mi negate”. Nella pratica dell'autolesionismo, nel ritiro sociale dell'hikikomori, nei disturbi del comportamento alimentare, nell'attacco di panico, nella sintomatologia ansioso-depressiva, è sempre il corpo che sta sulla scena come il soggetto che resiste attraverso la sua sofferenza.
In una ricerca dell'Ordine degli Psicologi della Toscana, tre su quattro nuovi pazienti tra il 2022 e il 2023 erano adolescenti (12-19 anni) o giovani adulti (20-30 anni). Tra i primi, la problematica psicologica più frequente era la sintomatologia ansiosa (33% dei casi), seguita da problemi relazionali (17%) e isolamento sociale (14%). A seguire, “sintomi depressivi” (8%), autolesionismo (7%), fobie sociali (4%), dipendenze digitali e social (3%), sintomi ossessivo-compulsivi (2%), dipendenze patologiche (2%).
Nella teoria dei clinici, si è detto che queste diverse forme di sofferenza sono legate da qualcosa di comune: si è parlato sia di patologie del desiderio che di patologie melanconiche. “Patologie del desiderio” perché sono accomunate da una sconnessione radicale con l'altro, essendo l'ipermodernità l'epoca dell'affermazione narcisistica di un Io ideale che prescinde dalla relazione, una sconnessione che è una forma di difesa dall'angoscia e che rinchiude il soggetto nel proprio corpo; nello stesso senso, “patologie melanconiche” perché sono accomunate dall'essere forme di sottrazione al mondo, di separazione melanconica dalla relazione, di isolamento e di solitudine.
Si tratta insomma di due espressioni che indicano come la sofferenza nasca da una sconnessione dal proprio desiderio, dove il desiderio è sempre desiderio dell'Altro, dunque implica la relazione con l'altro.
Tra tutte le varie forme di sofferenza che implicano sconnessione e solitudine, soffermiamoci appena su due patologie che appaiono speculari: i disturbi del comportamento alimentare e il ritiro sociale (su cui lavorano da anni gli psi dell'Istituto Minotauro, in particolare Elena Riva e Matteo Lancini).
I disturbi del comportamento alimentare sono forse il tipico disturbo etnico che mostra con evidenza come la sconnessione con l'Altro si incarni nel corpo: sono vere e proprie patologie dell'isolamento, forme di disagio relazionale e di negazione del desiderio, chiusure al mondo, un mondo che pure non cessa di riverberare il proprio sguardo su quel corpo. E' una chiusura che fa male, ma di cui spesso il soggetto che si chiude non ne soffre: essa è, piuttosto, il suo godimento. Quel godimento è la sua forma di dissenso rispetto a un mondo che rifiuta, e a cui vuole sottrarsi.
Cosa si nega, negando il corpo? Si nega la dimensione relazionale, la relazione con l'Altro. Il cibo è la forma primaria di relazione con l'Altro, e la condizione prima di dipendenza dall'Altro. Rifiutando il cibo si rifiuta la relazione originaria con l'Altro, nella misura in cui essa produce sofferenze: per questo è una forma di sofferenza che può insorgere in chi ha subito abusi nell'infanzia, e spesso insorge in occasione di lutti o separazioni tra i genitori, quando insomma si manifesta quanto il legame di dipendenza dall'Altro sia fonte di sofferenza. Allora, ci si sottrae, ci si chiude in un corpo-prigione. Un corpo autarchico, autosufficiente, che nega il desiderio – il proprio e dell'Altro –, tentando di rimuovere quelle pulsioni sessuali che costituiscono l'adolescenza, difendendosi da quella che Freud definiva “un'eccedenza di sessualità”. Il mestruo, segno materico di quella ferita originaria, di quella vulnerabilità che è la propria esposizione all'Altro, scompare; e si cerca di cancellare ogni segno di femminilità – il seno, i fianchi, il sedere –, quelle parti del corpo che oscenamente si offrono al desiderio. Negano la dipendenza dall'altro con l'ipercontrollo, la rigidità, il rinserrarsi nel proprio corpo-prigione.
“Sempre di più”, mi diceva Elena Riva, “se vai a scavare nella cultura delle famiglie delle ragazze anoressiche, scopri che sono imbevute di una cultura prestazionale votata alla competizione e al successo”. Oggetti di investimento dei genitori, loro estensioni narcisistiche, le ragazze che diverranno anoressiche sono spesso le “graziose bamboline” obbligate a eccellere in ogni campo, dalla scuola agli sport, dalle relazioni coi pari all'aspetto estetico. In una corsa senza fine, ancora una volta un criceto nella ruota. L'anoressia, allora, diventa il tentativo fallimentare di sottrarsi a questa corsa senza fine, ad ogni immagine prestazionale. Questioni analoghe, per quanto poste e articolate in modalità differenti, si pongono nelle altre forme di disturbi di comportamento alimentare: ortoressia, vigoressia, bulimia, binge-eating.
Il ritiro sociale, dicono gli psicoterapeuti del Minotauro, è l'analogo prevalentemente maschile dell'anoressia prevalentemente femminile. Sono i ritirati dalla società, coloro che si sottraggono allo Sguardo e al Giudizio, alla competitività prestazionale, e si recludono nella propria camera.
Non è possibile vivere con l'angoscia perpetua addosso, nel sentirsi giudicati e scrutati, col terrore del fallimento, col peso della vergogna, dell'essere esposto nella propria miserabile nudità e inadeguatezza: e allora basta, taglio i ponti col mondo che mi ritrovo intorno, entro nella caverna. E' molto frequente che i ritirati sociali siano ragazzi (e, in misura ben minore, anche ragazze) che – proprio come si è visto con le graziose bamboline – sono iperinvestiti dalle aspettative di una famiglia iperprotettiva (spesso con un legame molto stretto, simbiotico, con la madre) e dalle ingiunzioni sociali prestazionali. Così, all'improvviso, scatenato magari da un inciampo da nulla (apparentemente da nulla), arriva il crollo. E così torni indietro, verso la protezione della tua camera, della tua caverna, con l'illusione di poter salvaguardare e ripristinare l'immagine di sé prima che fosse incrinata. Stavolta contro la volontà dei genitori che ti hanno sempre immaginato come vincente, diserti e trovi rifugio in quella che diventa la tua nicchia ecologica di sopravvivenza.
Il paradosso del ritiro sociale è che ti separi dalla famiglia non separandoti, ma tornando nel suo grembo. In quel grembo però che è la tua caverna trovi un altro mondo, il mondo virtuale, che ti permette di connetterti con gli altri là fuori in modo ben protetto. La rete, allora, diventa una rete che attutisce la caduta. E provate a dire che quella rete non è reale: è virtuale, ma ben reale. L'online del ritirato sociale è quello del gaming (come, uno su tutti, Fortnite, un gioco sparatutto che ha un successo mondiale), dove si sperimentano relazioni ma senza provare quel dolore intollerabile che c'è nel fuori del mondo, quello fisico della scuola e dei pari. In quella relazionalità virtuale, il ritirato si mette alla prova, si sperimenta, come in una palestra dove non ci si può far male. In quell'ambiente virtuale si connettono tante solitudini, si sperimentano nuove identità, e quell'esercizio potrà essere utilmente rigiocato quando si avrà la forza – fuori, stavolta, da aspettative e proiezioni – di tornare a mettersi alla prova in quel mondo adesso ostile.
E allora, se parliamo di sofferenza psichica, chiediamoci dov'è che il ritirato sociale soffre: nella sua camera-caverna? No, lì non soffre più. Lì si è ritirato perché era nel mondo che soffriva.
Lì ha cercato di salvarsi. E lì accade che trovi nuove relazioni, in quello spazio sospeso che è la sua camera tagliata fuori dal mondo, la realtà virtuale in cui si immerge, il tempo rimodulato dove è nella notte che si sperimenta la vita. Lì, in quella sospensione, ricreando un nuovo spazio e un nuovo tempo, il ritirato sociale prova a conquistarsi la propria autonomia, quell'autonomia che, nel mondo là fuori, sottomesso al regime della competizione più feroce, gli era negata.
La necessità dell'ascolto
Occorre ascoltare, dunque, e consentire ai giovani di creare spazi autonomi, consentendogli di mettere in comune il proprio disagio, creando insieme agli altri nuovi saperi, portando alla visibilità il legame tra le condizioni materiali di vita e il disagio che in esse si esprime, perché si tratta di agire il sintomo per trasformarsi, attivando le potenze creative del proprio corpo in una relazione orizzontale e condivisa.
L'Io vetrificato è un uomo vulnerabile, esposto al mondo che lo sopraffà, e, chiuso nelle sue valve, ancora più individualizzato e reso impotente.
E' un uomo che vede la catastrofe, e la catastrofe rende impotenti all'estremo limite. E' un uomo patologizzato, esposto perennemente a un disturbo, a una sofferenza quale che sia, ed è ormai invitato sempre più spesso a riconoscersi in questa sofferenza, in una qualche forma di diagnosi che dia un nome a questa sua fragilità, invitato a fare di questa fragilità la propria identità.
Ma questa condizione è, allo stesso tempo, una possibile risorsa: sì, siamo fragili e soli, ma quando condividiamo questa fragilità e questa solitudine scopriamo la nostra potenza. Quando se ne fa parola e si mette in comune, la vulnerabilità diventa una risorsa perché ci riporta alla nostra condizione ontologica di umani, che è, appunto, vulnerabile. Siamo vulnerabili perché costitutivamente esposti al limite, alla finitudine, alla contingenza; e farne parola comune – accettando di essere tali, e accettando che tale è la natura comune degli umani, arrivando a vederci vulnerabili come gli altri - è condizione per abbandonare l'idea di onnipotenza dell'Io. Il nostro essere di vetro può consentirci di divenire consapevoli sia dell'immagine degli altri considerati come simili e accolti in quanto altri, sia della forma stessa della nostra figura e del suo essere corpo nel mondo: farne parola comune significa toccarsi e scoprire che non ci si rompe, ma anzi scoprire – in una scoperta reciproca – la forma stessa del proprio corpo, e così riscoprire di essere carne, che propriamente è un tessuto comune, qualcosa che cancella la distinzione netta tra i singoli corpi e ci fa percepire la realtà, e il nostro stesso corpo, come un intreccio, una trama, e una trama di storie. La parola comune, allora, può essere un reale processo alchemico di trasmutazione.
Letture consigliate
Chicchi Federico, Simone Anna, 2017. La società della prestazione, Ediesse, Roma.
Ehrenberg Alain, 1998. La fatica di essere se stessi, tr. it., Einaudi, Torino.
Ehrenberg Alain, 2010. La società del disagio. Il mentale e il sociale, tr. it., Einaudi, Torino.
Fisher Mark, 2018. Realismo capitalista, tr. it., Nero, Milano, 2018.
Fisher Mark, 2020. Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici. K-Punk/1, tr. it., minimum fax, Roma.
Lancini Matteo (a cura di), 2019. Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa, Raffaello Cortina, Milano.
Lasch Christopher, 1981. La cultura del narcisismo, tr.. it., Bompiani, Milano.
Pietropolli Charmet Gustavo, 2019. L'insostenibile bisogno di ammirazione, Laterza,
Bari.
Recalcati Massimo, 2010. L’uomo senza inconscio, Raffaello Cortina, Milano.
Riva Elena, 2014. Il mito della perfezione. Fragilità e bellezza nei disturbi del comportamento alimentare, Mimesis, Milano.
Rossi Monti Mario (a cura di), 2012. Psicopatologia del presente. Crisi della nosografia e nuove forme della clinica, FrancoAngeli, Milano.
Stanghellini Giovanni, 2020. Selfie. Sentirsi nello sguardo dell’altro, Feltrinelli, Milano.