Psicologo e psicoterapeuta, docente del Centro Milanese di Terapia della Famiglia, segue da anni i legami fra cura della parola, ipertestualità, nuove tecnologie. Scrive di terapia sistemica e di chitarre cercando di non confondersi.
Sommario
Dalla teoria della mente estesa al postumanesimo prospettive diverse ci forniscono una cibernetica per pensare il corpo nel XXI secolo come parte di “assemblaggi cognitivi mutevoli”, oltre antichi dualismi (da Cartesio fino a “online vs. offline”). Per i clinici significa pensare modi in cui il corpo-interfaccia costruisce narrazioni nelle dimensioni complementari di una terapia onlife.
Parole chiave: Corpo, embodiment, online, psicoterapia, cibernetica della terza ondata, postumanesimo
Summary
From the theory of the extended mind to posthumanism, different perspectives provide us with a cybernetic framework for conceiving of the body in the 21st century as part of ‘ever-changing cognitive assemblages’, moving beyond traditional dualisms (from Descartes to ‘online vs. offline’). For clinicians, this means exploring ways in which the body-interface constructs narratives within the complementary dimensions of onlife therapy.
Keywords: Body, embodiment, online, psychotherapy, third-wave cybernetics, posthumanism
“Caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.”
Antonio Machado
“La macchina che si osserva
crea l’occhio con cui guarda.”
Aforisma inventato stamattina dall’I. A.
La domanda divenuta rilevante negli ultimi anni, “c’è il corpo nella terapia online?”, è particolarmente interessante, al di là delle ragioni evidenti, perché è un punto di partenza per ragionare sul corpo in terapia a prescindere dal medium, non dal punto di vista di tecniche che lo mettono in vari modi al centro della stanza, ma in quanto elemento costitutivo del setting.
Abbozzerò un itinerario per un pensiero sulla questione attraverso alcuni passaggi che, più che l’ordine cronologico delle idee, riflettono la strada che ho seguito io.
Primo antefatto: il corpo e gli strumenti
Mentre state leggendo queste parole, che vi arrivano da un “me” situato in un tempo e in un luogo altri dal vostro tempo e dal vostro luogo, mentre le scorrete (attualizzate in forme che non so: sul monitor del computer, su un tablet, su un telefono, lette da una voce sintetica, o magari dopo averle stampate su carta), voi ed io realizziamo la visione di Marshall McLuhan: “nell’era elettrica abbiamo come pelle l’intera umanità” (1964, p. 57).
Detta così suona come una specie di avvento, ma è quello che voi ed io sperimentiamo da sempre, da quando usavamo il telefono a disco o compravamo un francobollo per mandare notizie a un parente. E molto prima di noi chiunque abbia messo piede su questo pianeta ha sperimentato espansioni possibili del proprio corpo e della propria voce, come ci raccontano graffiti rupestri, tamburi ricavati da fusti di legno e pelli animali, pietre scheggiate per la caccia. Ma è dal telegrafo in poi che abbiamo esteso il sistema nervoso al mondo intero.
Tecnologie sempre diverse hanno servito quel desiderio di espandere i confini dell’epidermide. Chiunque mi abbia risposto “sai, io sono poco tecnologico…” alla proposta di andare in un social network o da qualche parte nella rete a leggere un determinato testo, certamente qualche volta nella vita avrà usato una penna biro o una radio, che sono tecnologie tanto quanto lo sono quelle digitali.
Così, mentre scrivo e mentre mi leggete, voi ed io stiamo estendendo quelle che un tempo erano le possibilità della mia scrittura manuale, che a sua volta aveva esteso le possibilità della mia comunicazione orale, che prima ancora estendeva la presenza del mio corpo un po’ oltre il confine segnato dall’epidermide, per poter arrivare ai miei simili e in qualche modo “toccarli”.
Ciascuna di queste tecnologie estende la funzione di un organo (ivi, p. 67): le mani, i piedi, il controllo termico per il corpo (cui provvede il vestiario) e per la comunità (le case).
Mentre scrivo e mentre leggete, lo schermo, la tastiera, il browser, non sono separati dai corpi dei comunicanti. Ne sono, nella pratica, un’estensione.
Secondo antefatto: il corpo nel linguaggio
Mentre state leggendo queste parole che sono arrivate ai vostri occhi, difficilmente fate caso ad alcuni indizi che rivelano che il mittente è un corpo in uno spazio fisico. La sua materialità svanisce nella liquidità delle parole che scorrono davanti ai vostri occhi, ma nessuna di queste parole esisterebbe senza un corpo.
(Immagino l’obiezione: perché un corpo? Non potrebbero queste parole essere state messe in fila da una intelligenza artificiale? Potrebbero. I Large Language Model in effetti sono abbastanza abili a infilare sequenze di parole con la più alta probabilità che sembrino dette da un corpo, ma ora lascerei da parte questa apparente eccezione).
Un corpo, dicevo. Non possiamo guardarci in faccia e non potete ascoltare la mia voce, ma osservate bene: sin dalle prime righe il linguaggio è quello dell’esperienza sensoriale e motoria, anche se parlo di cose non fisiche.
Quando scrivo “state leggendo”, ricorro al tempo presente progressivo, la cui struttura originariamente indicava uno stato in luogo. Il verbo al gerundio è, per così dire, lo spazio di una azione, e il verbo “stare” indica il trovarsi fisicamente in quello spazio. Ho appena scritto “ricorro” e nessuno ha pensato che la parola si riferisce a un movimento, precisamente a un “correre indietro”, come si fa quando si cerca un oggetto.
Più su, facendo riferimento al testo che avete sotto gli occhi, ho detto che è “arrivato”, sebbene nulla, nel processo che vi permette di leggerlo, consista in un letterale spostamento nello spazio. C’è una ragione per cui s’impone l’immagine di una serie di parole scritte da me che compie un percorso fisico per giungere da voi, e la ragione è che il pensiero astratto è sempre strutturato da schemi corporei.
Chiamiamo “sito” (cioè “luogo”) una rete di testi come quella di cui ora è parte anche questo, e la immaginiamo avere dei confini, segnati dall’URL che quei testi condividono e da elementi grafici che li differenziano da altri testi: per parlarne dobbiamo ricorrere a un’altra forma di spazializzazione, concettualizzando quella rete come un luogo fisico. In un sito entriamo, da un sito usciamo, in un sito navighiamo. Un luogo che non esiste letteralmente, ma esiste nell’esperienza di un corpo che attraverso quella dà continuità e concretezza a una moltitudine di pixel luminosi.
Mentre state leggendo queste parole, dicevo, non avete in mente che delle cose di cui non abbiamo esperienza sensibile possiamo parlare perché siamo un corpo che agisce in un mondo fatto di cose, che sperimenta il pesante e il leggero, la luce e il buio, le gradazioni della distanza fisica. Non l’avrete in mente quando, nel corso della lettura, direte cose come “mi appare chiaro” o “quest’argomento è oscuro", “la lettura è scorrevole” o “la scrittura è tortuosa”, “sento lontano questo tema” o “sono pensieri che sento vicini”, “è corposo”, “è inconsistente”.
Il pensiero è embodied. Siamo menti incarnate, e pensiamo quello che non si vede e non si tocca (la relazione, anche quella con un testo, le emozioni, i sentimenti) attraverso le parole che usiamo per quello che si vede e si tocca, di cui abbiamo continua esperienza in quanto corpi. Se non fossimo corpi fisici non potremmo conoscere cose che fisiche non sono. Diciamola meglio: pensiamo perché siamo corpi (v. Lakoff e Johnson, 1980 e 1999).
E il corpo è sempre lì, nel linguaggio con cui descriviamo il mondo.
Il corpo nelle pratiche di embodiment
Mentre state leggendo queste parole, voi ed io siamo corpi profondamente implicati nelle condizioni materiali che le hanno rese possibili. Io che scrivo, voi che leggete, non compiamo atti disincarnati. Siamo alle prese con significati che non sono separabili da un supporto e dalla sua architettura, che co-determina tempi e atti miei e vostri, forme e ritmi della scrittura e della lettura.
Parlo di qualcosa che va oltre l’idea di McLuhan: qui la tecnologia non è un prolungamento del corpo, è una rete della quale fanno parte macchine, corpi, elementi del contesto.
Ricordate l’immagine che usa Bateson (1972)? Un cieco stringe nella mano un bastone; attraverso esso ricava informazioni sul suolo, inviando a sua volta informazioni alle gambe, che si muovono sul terreno che di nuovo invia informazioni tramite il bastone e il braccio. Le informazioni che arrivano attraverso il bastone (le differenze) sono parte del processo mentale perché la mente, per Bateson, non è confinata nel cranio: è un processo che si distribuisce in forma di differenze e feedback e sta nel circuito che include corpo e ambiente.
Malafouris (2013, 2020) riprende questa immagine nella sua Material Engagement Theory (MET), ma per lui il bastone non è solo un canale attraverso il quale passano segnali: diventa un’interfaccia di tipo trasformativo, un’interfaccia cervello-artefatto, con un ruolo nei processi di plasticità del sistema nervoso, cioè nel trasformare attivamente le capacità del soggetto. Gli umani non sono i soli a costruire utensili, ma la specificità di Homo faber non sta tanto nella varietà e nella complessità delle sue tecnologie, quanto nel fatto che attraverso i suoi strumenti viene definito e plasmato (Malafouris, 2013, p. 233).
Dai primi utensili di pietra i nostri antenati ominidi hanno sperimentato la capacità delle tecnologie di trasformare l’architettura cognitiva di chi le usa. Magari è più rassicurante considerarle semplici ausili esterni e passivi, ma dagli studi conosciamo gli effetti dell’incorporazione, temporanea o permanente, di strumenti e oggetti inanimati nello “schema corporeo”.
Siamo “coalizioni mutevoli di strumenti”, conclude Malafouris citando Clark (2003, p. 137). In un simile accoppiamento strutturale l’apprendimento è in grado di produrre alterazioni nella struttura macroscopica del cervello, come nella pratica prolungata di uno strumento musicale, che genera un allargamento dell’area della mano nella corteccia motoria.
Da archeologo cognitivo Malafouris sostiene che la comprensione delle interazioni fra le persone e gli artefatti richiede di non sconnettere il cervello dal mondo materiale, di considerare la mente “inestricabilmente legata a storie vissute, come sentieri inesistenti che si costituiscono soltanto durante il cammino” (riprendendo Varela et al., 1991). Per “ridisegnare la linea che separa cervelli, corpi e cose” dobbiamo superare l’idea della “mente come un dispositivo computazionale confinato nel cervello” (Malafouris, 2020, p. 94).
Se le cose stanno così, se la cognizione cioè non è elaborazione di rappresentazioni interne, ma è enazione, cioè interazione tra un organismo che agisce e il suo ambiente, questo deve valere anche nell’ambiente digitale, dove dunque il corpo non svanisce: si accoppia in altri modi.
Mentre leggete queste parole, dunque, voi e io condividiamo una pratica di embodiment in cui cognizione, materialità e sistemi informatici, il mio programma di scrittura, un paio di piattaforme di intelligenza artificiale a cui ho fatto ricorso per ricostruire e organizzare bibliografie, le condizioni stesse che determinano la disponibilità di fonti da consultare, i tempi e le pause della scrittura e della lettura sullo schermo, co-producono il testo. Il digitale non è disincarnato, informazione e materialità sono inseparabili.
Questo soggetto cognitivo, che dunque non è un corpo isolato, ma è una rete costituita da corpo, interfacce, software e reti informative è “una collettività flessibile e in costante mutamento che include attori umani e tecnici, nonché flussi di energia e altri beni materiali”, è un “assemblaggio cognitivo” (Hayles, 2019, p. 175).
Secondo N. Katherine Hayles (1999) la storia di quella infausta separazione tra corpo e informazione attraversa quella delle conferenze newyorkesi della Fondazione Macy sulla cibernetica, nel periodo dal 1946 al 1953. Il nuovo paradigma che intendevano far emergere, il “nuovo modo di guardare agli esseri umani” aveva bisogno di una teoria dell’informazione (di cui si occupava Shannon), di un modello che mostrasse l’attività dei neuroni come sistemi di elaborazione dell’informazione (di cui era esperto McCulloch), di computer che potessero riprodursi, assimilabili in ciò ai sistemi biologici (che era materia di von Neumann). Norbert Wiener fu il “visionario capace di articolare le implicazioni più ampie del paradigma cibernetico e di renderne chiaro il significato cosmico” (p. 7). Ma, sostiene Hayles, il suo progetto restò dentro i confini di un umanesimo liberale: l’uomo che aveva in mente era un individuo autonomo e autodiretto, un “timoniere” (kybernetes, appunto). In coerenza con l’Illuminismo, per Wiener gli esseri umani potevano affidarsi alla propria libertà, laddove le strutture sociali avrebbero funzionato da meccanismi autoregolanti.
Fin qui la nuova sintesi fra organico e meccanico poggiava su tre attori: informazione, controllo e comunicazione. Ma pensare alle cose della vita in termini di circuiti di retroazione finì per aprire la strada al concetto (“più minaccioso e sovversivo”, scrive Hayles, p. 8) di riflessività: l’atto di osservare entra nel sistema. In tutto il corso delle conferenze si discusse dell’osservatore e di come il feedback passi anche attraverso di esso: ma in oltre settecento pagine di trascrizioni (Pias, 2003) i concetti ricorrenti sono “informazione”, “feedback”, “ridondanza”, e in nessun punto si trova il termine “riflessività”. Mancando la parola, il concetto restò in una sorta di vaghezza. Lo psicoanalista freudiano Lawrence Kubie introdusse l’idea che “ogni enunciato è codificato doppiamente, agendo sia come affermazione sul mondo esterno sia come specchio che riflette la psiche del parlante”. Ma l'idea rappresentava un problema per la premessa dell’oggettività scientifica, e la cosa finì lì. Furono Margaret Mead, Gregory Bateson e Heinz von Foerster a occuparsi più avanti di recuperare quell’idea: nella seconda ondata della cibernetica il problema principale fu proprio come introdurre il ruolo dell’osservatore nei sistemi omeostatici. Maturana e Varela (1980) approfondirono il tema della riflessività descrivendo il mondo come un insieme di sistemi informazionalmente chiusi che producono e riproducono continuamente l’organizzazione che li definisce come sistemi, appunto, autopoietici, cioè che si creano da sé. Non più messaggio, segnale o informazione, ma interazioni reciprocamente costitutive tra i componenti del sistema. Per Hayles “si potrebbe dire o che l’informazione non esiste in questo paradigma, oppure che è affondata talmente nel sistema da diventare indistinguibile dalle proprietà organizzative che definiscono il sistema in quanto tale” (2019, p. 11).
Con la terza ondata della cibernetica e con il postumanesimo, che ne interpreta i temi in chiave filosofica, il tema della (ri)produzione dell’organizzazione si sviluppa in un concetto invero non nuovo, ma che qui assume una certa radicalità: l’emergenza. Vale a dire che proprietà globali di un sistema nascono dall’interazione di elementi semplici ma appaiono a un livello superiore, senza essere riducibili a quelli.
Hayles mette in guardia il postumanesimo dal rischio di perpetuare la separazione dell’informazione dalla materialità corporea, che “continua a essere discussa come se fosse un elemento superfluo da espellere dal termine dominante dell’informazione” (p. 12). “L’informazione ha perso il suo corpo” (ivi, p. 5), ma altre forme di critica del soggetto umanista liberale (vedi le teorie femministe e postcoloniali) non sono cadute in quella trappola: grazie ad esse resta viva la possibilità di un pensiero sul rapporto fra umano e macchina che non richieda l’amputazione della corporeità.
I corpi nella stanza (con una storia)
Da anni lavoro su una posizione di valorizzazione del pensiero metaforico in terapia, non come uso consapevole e strategico di immagini di qualche efficacia persuasiva, ma come disponibilità verso le connessioni metaforiche quali emergenze (dove la parola può essere intesa nel senso che spiegavo poco più su) della relazione. Si tratta, per dire così, di tenere aperto il varco fra il dominio letterale e il dominio metaforico quali dimensioni connesse nel dominio conversazionale della seduta (Giuliani, 2016). Un possibile passo ulteriore è quello di riconfigurare i confini che siamo abituati a segnare non solo fra “sillogismo in Barbara” e “sillogismo in erba” (Bateson e Bateson, 1987), ma anche fra le persone e il dispositivo che le connette. I corpi, lo spazio circostante, fisico o digitale; il contesto, quello prossimale e quello culturale e sociale; il pensiero logico, il pensiero abduttivo; le metafore del paziente, le metafore del terapeuta: tutti questi elementi si producono reciprocamente, tanto da rendere insensato, più che difficile, tentare di individuare in quella rete il punto preciso da cui si generano le narrazioni e le metafore.
Un altro tema che mi impegna da un po’ è come la conoscenza delle relazioni di cura online, quelle presunte “senza corpo”, possa portare idee sulla relazione in presenza. Ora, se l'interfaccia digitale è un nuovo ambiente corporeo in cui la relazione avviene, la riflessione su di esso diventa pertinente “di ritorno” per ogni tipo di ambiente. Un pensiero sulla continuità fra corpo e dispositivo digitale supporta una riflessione sul corpo nei dispositivi fisici, negli spazi materiali dei nostri setting.
In fondo, se non appare paradossale la rivendicazione della presenza corporea “autentica” in un setting che nacque con un corpo semiimmobile su un lettino e un interlocutore che gli è invisibile perché sta alle sue spalle, cosa impedisce di considerare una continuità fra gli ambienti materiali e quelli virtuali?
Elena e Lucio si accomodano sul divano del mio studio in una città lombarda. Li vedo da qualche mese. Lucio mi racconta divertito che ha dovuto strisciare lungo il muro per attraversare l’androne, bloccato da un grosso furgone che scaricava scatoloni. Sorridiamo della disavventura, Lucio si scuote la polvere dalle maniche e aggiunge che il fatto gli ricorda l’esperienza nella macchina della risonanza magnetica di qualche giorno prima, alludendo alla sua corporatura. Ridiamo tutt’e tre, nonostante i due episodi raccontino un senso di oppressione fisica. In quest’avvio di seduta, che vede inaspettatamente al centro il corpo di Lucio, noto con una chiarezza nuova la differenza tra la sua figura robusta e la sottile Elena.
Elena mi racconta del mese trascorso e di come sui loro tentativi di trovare del tempo per prendersi cura della relazione si impongano sistematicamente “cose più urgenti”. Dico: “mi pare opprimenti, più che urgenti… Le urgenze si possono discutere, ma se c’è qualcosa che opprime è più difficile”. E mentre lo dico li immagino sotto una specie di pressa pesante.
“Pesantezze”, puntualizza Lucio. Quando Lucio dice “pesantezza” pensa al suo lavoro, che gli richiede più di quanto sia giusto, ma col quale non riesce a mediare, perché gli fu procurato da suo padre e sta in una contabilità di lealtà e gratitudini familiari che grava su di lui e gli impone scelte che frustrano il suo desiderio di passare del tempo con sua moglie. Così Elena ne sente la mancanza e lui si sente appesantito anche dalla delusione di lei.
Elena racconta che, dopo gli orari imprevedibili del suo lavoro in uno studio legale, si ritrova ad affrontare da sola certe incombenze della vita quotidiana e della cura dei figli e riconosce che Lucio di tanto in tanto sa occuparsi di questioni pratiche, ma lo fa da solo e con iniziative prese in silenzio, mentre a lei piacerebbe che condividesse i suoi piani, magari dicendole quel “ci penso io” che è il messaggio che la rassicura e che vorrebbe sentire più spesso. Mentre racconta tutto questo, e mentre Lucio ascolta, mi rendo conto che dalla mia sedia sto armeggiando ripetutamente con la manopola del calorifero, che manda un vento caldo del quale ho capito che Elena sta soffrendo (si è tolta il foulard e agita una mano per ventilarsi). Mentre mi vedo impegnato in quel gesto spontaneo di cura, mi prende il timore di stare facendo proprio quello che lei chiede a Lucio. Sebbene, penso, per età proprio non potrei competere con lui: di Elena potrei essere forse il padre.
E qui Elena mi racconta di una recente telefonata col padre, nella quale gli ha confidato una preoccupazione circa una irrisoria quota di azioni che detiene di una piccola azienda familiare, che rischia di diventare per lei una complicazione in più. “Me ne occupo io, non devi preoccuparti di nulla”, ha detto lui, e Elena ha sentito un grande senso di tranquillità che a ripensarci la commuove.
Dico che guardacaso avevamo cominciato la seduta con Lucio che raccontava la scomodità di avere spalle larghe: ma avere spalle larghe gli permetterà di dire a Elena, quando ci sarà bisogno, “non preoccuparti, ci penso io”. Domando come sarebbe se entrambi provassero a pensare che quando l’altro sembra assente o ostile è perché è alle prese con la pesantezza che lo opprime. Così Lucio, quando si sentirà assediato dalle richieste di rassicurazione di Elena, potrà pensare che non è una dichiarazione di sfiducia, è la ricerca di quel “ci penso io” che le dà sollievo. E Elena, quando Lucio sembra così lontano, potrebbe pensarlo alle prese con la pesantezza di un debito da estinguere con la sua famiglia.
Il corpo nella terapia onlife (con un’altra storia, anzi due in una)
Questi assemblaggi cognitivi sono “configurazioni che consentono alle interpretazioni e ai significati di emergere, circolare, interagire e diffondersi” (Hayles, 2019, p. 175) e sono “mutevoli” (shifting). Propongo allora di pensare alla psicoterapia come un assemblaggio fra quelli possibili che, a sua volta, può incorporare in momenti diversi ambienti fisici e ambienti virtuali, oltre che molteplici componenti di quegli ambienti.
Nelle conversazioni sulla cura in remoto qualcuno mi spiega che la sua teoria assegna un ruolo fondamentale al corpo in presenza, e pertanto la terapia online non può esistere. Protestare che il mondo evolve più in fretta degli strumenti che usiamo per capirlo è una rimostranza verso cui mi sento solidale. D’altro canto, ha delle buone ragioni l’idea che siano le teorie a dover render conto di quello che succede, e non viceversa. Per esempio, del fatto che i corpi si spostano, e pertanto ci siamo inventati modi di parlare con umani che stanno altrove.
La dimensione virtuale attiene a quella fisica quanto viceversa. Sul dualismo fra terapia offline e terapia online argomentavo (Giuliani, 2019 e 2020) che nel momento che incontriamo i pazienti per la prima volta nella stanza di terapia non li incontriamo davvero per la prima volta: dalla prima telefonata, dal primo contatto, e poi lungo gli scambi online preliminari, sono stati corpi e volti virtuali. Ne abbiamo immaginato le sembianze dalla voce, dallo stile e dai tempi di scrittura, dall’avatar dell’app di messaggi. Finalmente si presentano sulla soglia della porta dello studio in una delle infinite attualizzazioni possibili.
Ma il digitale collide con quello che per decenni abbiamo ritenuto scontato e ci respinge verso sponde di realismo ingenuo. Spiega Montani (2020) che il senso comune vede il materiale sostanzialmente come l’im-mediato, mentre iscrive la comunicazione digitalizzata all’ordine delle mediazioni simboliche e culturali, dell’im-materialità. A tale opposizione si deve un certo numero di incomprensioni, soprattutto sugli effetti materiali e macroscopici nella vita di tutti i giorni di eventi che si ritengono privi di sostanza effettiva, come quelli che avvengono nel “virtuale”.
Le proiezioni negative sul futuro mostrano quanto ci preoccupi quello che non riusciamo a semanticizzare: “(…) il nostro attuale bagaglio concettuale non [è] più adatto ad affrontare le nuove sfide legate alle TIC” (Floridi, introduzione a 2014, p. 3).
È indubbio che la rapidità con cui la realtà è cambiata negli ultimi decenni ci trova concettualmente sprovvisti. Basta vedere quanto facilmente l’argomento per cui “nella comunicazione digitale non c’è abbastanza non verbale” sia ripetuto da chi pure ha mandato a memoria il primo assioma della comunicazione, o da chi sa che i fatti della realtà non sono dati, ma presi (“non data sed capta”). Anzi, il “non verbale” non solo non è là fuori, confezionato da una realtà che attende solo di elargircelo in pacchetti discreti, ma nemmeno è qui dentro. La conoscenza come azione incarnata aggira completamente questa “geografia logica dell’interno contro l’esterno”: il mondo e l’organismo, come l’uovo e la gallina, si determinano a vicenda (Varela et al., 1991, p. 172). Questo rende piuttosto problematica la pretesa di misurare la quantità di “non verbale” come una specie di proprietà del mondo che esiste a priori e di cui si può dire che qua ce n’è più che là.
Eppure, con la seduzione dei moderni frutti del dualismo cartesiano bisogna fare i conti. La maggior parte di essi si sviluppa negli anni ’90 nella pubblicistica sui mondi virtuali: si presenta in forma di separazioni dogmatiche, fra “online” e “offline”, fra macchina e natura, fra “reale” e “virtuale” (v. Ess, 2014; e, per una critica alla pervasività delle visoni dualistiche del mondo, v. Haraway, 1991).
Il punto non è se nella relazione mediata dallo schermo esistano un corpo e un linguaggio non verbale. Non è nemmeno se io possa o meno stringere la mano al paziente (è chiaro che non posso). Il punto è il modo in cui, in un ambiente fisico o digitale, e nella relazione fra soggetti osservanti, il corpo entra a far parte di quell’assemblaggio cognitivo – fatto di accoppiamenti strutturali ricorrenti fra organismo e medium – da cui emerge la realtà.
In un contesto digitale quell’assemblaggio ci richiede di riconfigurarci per ricavare informazioni da un universo completamente differente da quello nel quale abbiamo imparato a guardare posture, sguardi, posizioni dei corpi sullo sfondo noto della stanza di terapia. Siamo abituati ai setting nei quali ospitiamo, come siamo soliti dire, il paziente narratore di sé stesso. Ci abbiamo impiegato qualche anno per fare l’abitudine al paziente regista (Giuliani, 2020). Abbiamo un’esperienza antica nel trasformare in storie il modo in cui la gente entra nella stanza, il modo in cui si siede, in cui le famiglie si dispongono nello spazio fisico, in cui le persone si guardano. A un certo punto abbiamo cominciato a leggere una fenomenologia nuova: lo sfondo, il luogo che i pazienti scelgono per la seduta, l’inquadratura, l’illuminazione, la direzione dello sguardo, i dettagli ravvicinati del viso. Abbiamo persino cominciato a vedere il nostro corpo come oggetto, mentre guarda il paziente.
Arrivavamo alla fine delle sedute con un affaticamento che attribuivamo agli effetti dello schermo, e invece dovevamo imparare a pensare una corporeità più ampia.
Floridi (2014, p. 54) sostiene la necessità di un nuovo vocabolario concettuale, di nuove pratiche di semanticizzazione per dare un senso al mondo nella nostra “era iperstorica”; di una nuova filosofia dell’informazione; di una quarta rivoluzione nella nostra autocomprensione (dopo quella copernicana, quella darwiniana e quella freudiana) per pensare agli esseri umani come organismi informazionali che vivono e interagiscono con altri agenti informazionali nell’infosfera. E infine di un’etica ambientale per tutti gli ambienti, compresi quelli artificiali, digitali o sintetici.
Se ci immaginiamo cittadini di una infosfera come corpi materiali che partecipano ad assemblaggi cognitivi sempre diversi, possiamo immaginare online e offline come due ambienti complementari: due dimensioni possibili di una terapia onlife (per usare la “parola macedonia” proposta da Floridi).
È esperienza comune intercalare per varie necessità sedute in videochiamata con pazienti dello studio fisico. Ma nelle terapie a distanza con pazienti italiani all’estero ho trovato interessante approfittare di qualche loro viaggio in Italia (per lavoro o quando tornano dai parenti per le feste) e proporre una deviazione verso il mio studio. Questo permette di celebrare un incontro in presenza e godere della ricchezza della visione binoculare online e offline.
Immaginare online e offline come assemblaggi possibili nella terapia ci ha permesso ibridazioni come una “équipe diffusa” (Giuliani, Mendini, 2024) in un setting che comincia dentro la stanza e finisce molto più in là. La riflessione sui singoli dettagli tecnologici, da microfoni e telecamere al tessuto delle poltroncine e altri dettagli che incidono sull’acustica della stanza, è stata parte del lavoro. In questa articolazione delle prospettive i punti di vista dei membri dell’équipe si differenziano anche sulla diversa percezione dei corpi, dentro la stanza e sul monitor.
Infine la visione binoculare può essere quella del terapeuta individuale in un setting alternato, come nella storia di Amedeo.
Amedeo, 32 anni, lavora nell’azienda alimentare del padre. Facciamo una terapia online, gli ho chiesto qualche volta il sacrificio di un’ora di auto per raggiungermi in studio.
Nelle sedute in remoto mi parla dal suo ufficio. L’argomento principale è la sua posizione nell’azienda familiare in cui si sente l’ultima ruota del carro, subordinato a un padre poco incoraggiante e a un fratello minore che ha più voce in capitolo di lui e piena fiducia dal
capo-genitore.
Amedeo sta in ufficio a fare cose di scrivania, mentre vorrebbe avere a che fare con le persone, parlare coi clienti, interagire coi fornitori. Ma non può essere la voce e il volto dell’azienda, può al massimo rendersi utile se è necessario andare a prendere un pezzo di ricambio a 200 chilometri.
Nelle spigolosità del rapporto col padre emerge una madre che cerca di mediare fra i due maschi. Incoraggia Amedeo a pensare che il padre gli vuole bene, lo consola quando si rattrista delle parole offensive del genitore. Questo contribuisce a una specie di simbiosi che li lega, e che la madre asseconda forse con l’idea che Amedeo sia un figlio da proteggere più a lungo possibile.
Al di là delle parole molto dice la sua postura, l’aspetto impacciato e dimesso, lo sguardo sospettoso. Sembra che occupi la sua scrivania con un costante senso di precarietà, si guarda intorno come se su di lui incombesse una minaccia. Incespica nelle parole, ha una voce monocorde. Aspetto e postura appaiono in piena coerenza con la storia del fratello timido, privo di iniziativa e di qualità competitive.
Oltre alle vicende lavorative e familiari, il personaggio del padre ritorna nelle storie della ricerca di Amedeo di una brava ragazza e delle numerose relazioni che non durano mai abbastanza da diventare serie. Il genitore guarda con biasimo alle frequentazioni romantiche del figlio, come se non potesse riconoscergli un’esistenza sociale, la possibilità di mostrarsi fuori casa. Amedeo non si sente capace di andare a vivere per conto proprio, e provvedere alla propria vita è una prospettiva che gli sembra al di sopra delle sue capacità.
In tutto questo continua a sorprendermi la quantità di relazioni di cui Amedeo mi parla da una seduta all’altra, lo ascolto e non riesco proprio a identificarlo con quella specie di seduttore seriale protagonista del suo racconto.
Poi un giorno Amedeo arriva nel mio studio. Varca la famosa soglia dell’attualizzazione e trovo la persona che conosco, rotonda e di statura non slanciata. La voce è quella che ricordo. Si muove con padronanza ma con rispetto nel nuovo spazio che non conosce. Seduti uno di fronte all’altro, quello che mi colpisce è il suo sguardo. Ci vedo una luce che qui rivela una delicatezza quasi infantile.
La voce cantilenante e leggermente tartagliante ora mi sembra la traccia di una mitezza che immagino molte persone (compresa una parte del genere femminile) possano trovare innocente e rassicurante. Intravedo le tracce di un suo modo peculiare di accostarsi all’universo femminile.
Nella stanza il tema della dipendenza dalla famiglia e della prospettiva di andare a vivere altrove si riassembla con altri elementi narrativi. In particolare, la preoccupazione più grande di Amedeo è che una vita autonoma significherebbe la fine del rapporto stretto con la mamma, alla quale ha sempre bisogno di rivolgere una parola d’affetto. La visione di una vita indipendente accanto a una ragazza gli provoca grande eccitazione insieme a un dolore lancinante.
Il corpo, in conclusione
È stato importante avere a che fare, soprattutto dal 2020 in poi, con le obiezioni e le perplessità ricorrenti sull’attività clinica a distanza. È stato utile non solo per mettere a tema aspetti dell’online che non potevano essere dati per scontati, ma anche per focalizzare argomenti quali il corpo e il contesto, per pensare quest’ultimo non come contenitore nel quale si calano oggetti preesistenti, ma come elemento coinvolto nella costruzione della realtà discorsiva. È stato importante per cominciare a tessere una rete di pensieri per quello che mi pare sia un tema urgente, non solo per l’era della comunicazione digitale ma per un pensiero sul corpo vissuto.
Se quello che stiamo vivendo è il secolo delle macchine, e se il rapporto con esse è tanto centrale da costituire con l’ambiente materiale un grande contesto virtuale e fisico insieme, la storia della cibernetica continua ad essere preziosa per i sistemici. Yuk Hui (nell’introduzione a 2024) argomenta la necessità di una cibernetica per il ventunesimo secolo, che renda conto di tecnologie e immaginari legati ad esse, magari liberata da alcune ingenuità come quella della scienza oggettiva e libera da ideologie e cornici valoriali (dove il problema è semmai quello di posizionarsi rispetto a quelle cornici). Abbiamo bisogno di una nuova epistemologia ricorsiva, che parta dalla cibernetica e la superi, come “quando Varela cercò di recuperare il concetto di libertà costruendo un antagonismo tra Wiener da una parte e John von Neumann e Alan Turing dall’altra” (cit., p. 17).
Ma il riferimento ad artefatti preistorici, che ricorre anche qui più volte, dice che il tema della non-separazione fra uomo e tecnologia non è nuovo ed esiste da tempi di gran lunga pre-digitali. In modo dichiaratamente provocatorio, Clark (2003) si domanda se forse non siamo da sempre un po’ cyborg, magari non nel senso di una combinazione di carne e cavi, ma in quello, persino più profondo, di “simbionti senza sutura” (p. 34), le cui menti e identità, dotate dalla natura della capacità di adattarsi al mondo che le circonda, non terminano al cervello biologico e si estendono nei circuiti non biologici.
Per noi clinici si tratta di pensare la conversazione terapeutica come emergente da quel formidabile assemblaggio di corpi che pensano, di luoghi e di tecnologie, fisiche e virtuali, con cui continuamente ci connettiamo e riconnettiamo.
Dedico questo scritto a un maestro che non c’è più, per il quale ho nutrito una grande ammirazione accompagnata da un timore reverenziale che me lo faceva guardare a distanza. In una lunga telefonata mi propose di partecipare a un progetto per il quale allora mi sentivo impreparato: declinai con dispiacere mio e suo. Oggi probabilmente gli risponderei con qualcosa di simile a questo articolo.
Nell’accoppiamento con la realtà si costruiscono mondi, ma non qualsiasi mondo. Lo scambio avuto con Sergio Boria prima di accingermi a scrivere ha costituito la cornice e il vincolo dentro cui agire.
Con Elisabetta Mendini ho condiviso anni di domande sul digitale in terapia.
Per varie ragioni ci voleva che fosse Alice Giuliani a dare un’occhiata finale alla bozza.
Molti altri attori umani sono coinvolti nell’assemblaggio di conversazioni ed esperienze da cui emerge questo scritto.
Bibliografia
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