Foto di Emma Terrenzio
Fisica e ricercatrice sr al CNR, si occupa di inquinamento atmosferico, epidemiologia ambientale e processi partecipativi. Intreccia sapere scientifico, giustizia ambientale e prospettiva di genere per costruire una ricerca al servizio delle comunità.
Fisica e ricercatrice sr del CNR, impegnata tra studio di materiali per l’energia pulita, comunicazione scientifica e questioni di genere. Attraverso forme comunicative ibride intreccia scienza, femminismi, ambiente e posizionamenti.
Sommario
Il contributo esplora il ruolo di corpi, valori ed emozioni nella ricerca e comunicazione su ambiente e salute. Attraverso pratiche di ricerca partecipata, scrittura divulgativa e teatro, si mostra come l'inclusione di saperi situati ed esperienze vissute arricchisca il rigore scientifico, contribuendo a costruire una conoscenza meno estrattiva e più responsabile.
Parole chiave: ricerca partecipata, saperi situati, salute ambientale, comunicazione della scienza, storytelling
Summary
This contribution explores the role of bodies, values and emotions in research and communication on environment and health. Drawing on practices of participatory research, science writing and theatre, it shows how the inclusion of situated knowledge and lived experiences enriches scientific rigour, contributing to building a less extractive and more responsible knowledge.
Key words: participatory research, situated knowledge, environmental health, science communication, storytelling
1. Introduzione
Riceviamo una formazione in cui domina l’idea di conoscenza scientifica come attività razionale e distaccata, in cui il soggetto conoscente deve porsi al di sopra delle contingenze materiali e corporee per accedere a una presunta oggettività universale. Il corpo, sensibile e vulnerabile, con tutto il suo carico di esperienze, viene considerato quasi un elemento di disturbo rispetto a una idealizzata purezza del metodo scientifico, della ricerca e della sua comunicazione all’esterno. Una comunicazione che deve attenersi ai fatti, semplificandoli.
La rimozione dei corpi ha diverse implicazioni, specialmente quando la ricerca e la comunicazione scientifica affrontano temi come quelli dell’inquinamento ambientale, la crisi climatica, la salute e la vita delle persone. La presunta neutralità di chi fa ricerca nasconde quelli che in realtà sono i valori e gli interessi di chi decide di quali aspetti occuparsi rispetto a un tema e cosa tenere fuori dalla propria indagine (O Brien, 1993). La pretesa universalità trascura il fatto che gli impatti delle crisi ambientali, i processi di esposizione a sostanze inquinanti, le malattie connesse, le esperienze quotidiane di rischio e cura sono tutte realtà profondamente incarnate. Cancellarle significa rendere invisibili proprio quei corpi che si stanno studiando e riprodurre narrazioni che mettono a tacere le ingiustizie e le responsabilità. Analogamente, se parliamo di comunicazione, le emozioni e i valori devono lasciare il posto a dati, numeri e fatti. Come ebbe a dire un docente universitario di fisica dell’atmosfera in un convegno sui cambiamenti climatici la scienza non deve emozionare.
Sul tema dell’”oggettività” della scienza e sulla sua pretesa di “essere da nessun luogo” hanno riflettuto molto le epistemologhe femministe, che, partendo dall’analisi della storica estromissione delle donne dal sapere scientifico, hanno poi spostato il focus sull’idea di conoscenza che si è sviluppata con l’avvento della scienza moderna, ma che in fondo trova le sue radici nel mondo antico. Secondo Donna Haraway (1988), Sandra Harding (1986), Helena Longino (1990) alcune tra le maggiori pensatrici sul tema, la conoscenza scientifica è sempre parziale e situata. Parziale perché non può cogliere la totalità dei fenomeni, situata perché prodotta da soggetti incarnati, portatori di interessi, valori e posizionamenti specifici. Un caso di contaminazione ambientale assume significati profondamente diversi se osservato dal corpo di chi ne subisce gli effetti sulla salute, rispetto a chi lo analizza a distanza o lo gestisce in termini politici. L’idea di neutralità del “dato” può allora mascherare il punto di vista di soggetti specifici, presentandolo come universale. Non si tratta di abbandonare la razionalità scientifica nell’affrontare un tema ambientale, quanto di rafforzarla attraverso un processo in cui la produzione di conoscenza vada al di là dei laboratori per aprirsi a forme di partecipazione attiva delle comunità coinvolte su quel tema, trasformandole da semplici “oggetti” di studio a co-produttrici di sapere (Severini et al, 2022). Così come sul piano della comunicazione non si tratta di tralasciare i “fatti” e i “dati”, ma di inserirli in un contesto di scelte, di valori e di emozioni (Presto e Mangia, 2026). Questi passaggi sono ancora ostacolati dal dualismo mente/corpo, razionalità/emotività e scienza/arte che spesso porta a teorizzare una comunicazione distaccata e schematica, nella quale l’empatia e la bellezza non trovano spazio, e che amplifica la percezione della scienza come fredda, oscura e distante, alimentando la sfiducia pubblica e il limitato coinvolgimento nell’affrontare i temi ambientali e climatici da parte della cittadinanza. Per superare questa barriera, la comunicazione dovrebbe umanizzare la ricerca, raccontando i contesti in cui si sviluppano le ricerche, i valori, i dubbi, le gioie, le ambizioni o le frustrazioni di chi le porta avanti
(Anderson, 2025).
Ma come si traduce tutto ciò a livello pratico? Come riportare i corpi al centro del processo di conoscenza e di comunicazione scientifica? Senza la pretesa di essere esaustive, in questo saggio proviamo a delineare alcune possibili risposte partendo dalla nostra esperienza di ricercatrici che si occupano di ambiente e salute in un ente pubblico di ricerca.
2. I corpi al centro del processo di conoscenza scientifica
Fare ricerca e comunicare le evidenze scientifiche in territori alle prese con problemi ambientali e di salute vuol dire immergersi in conflitti a diversi livelli, tra cittadinanza e istituzioni politiche, tra gruppi di ricerca e istituzioni, tra cittadinanza e gruppi di ricerca, tra gruppi diversi di cittadini/e. Conflitti tra chi difende il lavoro e chi la salute, tra chi vorrebbe spostare altrove la propria fonte di inquinamento e chi vorrebbe rivedere il sistema di produzione. Vuole anche dire affrontare disuguaglianze, fare i conti con il senso di ingiustizia, di frustrazione e sfiducia che vivono le persone in un territorio o un pianeta in crisi. Molto spesso sono proprio loro a sollecitare indagini, studi, ricerche portando con sé storie personali e collettive, osservazioni accumulate nel tempo, segni evidenti sui propri corpi o su quelli di persone a loro care, una conoscenza del proprio ambiente che precede e potrebbe orientare quella scientifica. La consapevolezza di agire in questi contesti ci ha portato, nel tempo, a uscire dai laboratori e trovare nuovi approcci di ricerca ambientale che tenessero insieme le competenze scientifiche e quelle di chi vive il territorio.
Le ricerche partecipate rappresentano per noi uno spazio privilegiato in cui questo cambiamento prende forma. In approcci di questo tipo le esperienze di malattia, le percezioni di rischio, le pratiche di cura e di resistenza di un territorio o di una popolazione entrano a far parte del processo di conoscenza scientifica, contribuendo a ridefinire le domande di ricerca, i metodi e le interpretazioni. I casi di Manfredonia (Foggia), San Donaci (Brindisi) e Venafro (Isernia) rappresentano alcuni tentativi, con esiti differenti, di trasformare le pratiche di ricerca in senso partecipativo.
Il caso di Manfredonia è particolarmente emblematico. La lunga storia di esposizione industriale del territorio, segnata profondamente dall'incidente del 1976 con il rilascio di arsenico, ha sedimentato nel tempo una forte domanda di verità e giustizia ambientale da parte della popolazione, spesso intrecciata a un diffuso sentimento di sfiducia nei confronti delle istituzioni (De Marchi, 2017; Mangia, 2021). Così quando nel 2013 viene avviato uno studio epidemiologico sull'impatto sanitario di quell'incidente finanziato dall’Amministrazione comunale, il gruppo di ricerca sceglie deliberatamente un approccio partecipato: la comunità locale, organizzata in un coordinamento cittadino, non è stata considerata mera destinataria dei risultati, bensì parte attiva in tutte le fasi dello studio. Tale coinvolgimento si è rivelato scientificamente proficuo sotto diversi aspetti. Ha consentito di ampliare le domande di ricerca iniziali, includendo, tra l'altro, uno studio specifico sui lavoratori esposti durante l'incidente. Ha, inoltre, arricchito la ricostruzione degli eventi passati e delle condizioni meteorologiche attraverso memorie, documenti, dati e conoscenze locali altrimenti inaccessibili al gruppo di ricerca. Il processo di coinvolgimento è stato costruito tramite numerosi incontri in presenza e su una modalità di ascolto continua lungo tutto il percorso e sulla discussione aperta tra tutti gli attori. Ha, inoltre, svolto una funzione non solo epistemica ma anche sociale: ha ricostruito un clima di fiducia tra il gruppo di ricerca, la cittadinanza e le istituzioni politiche. In questo modo si sono integrate, senza confusione di ruoli, competenze eterogenee, rafforzando la qualità complessiva della ricerca e trasformando la comunità locale da semplice oggetto di studio a soggetto attivo. La nascita della Casa della Salute e dell’Ambiente nel 2018, a valle dello studio, ha poi rappresentato l’esito istituzionale di questo percorso, consolidando nel tempo una forma di sorveglianza civica sul territorio.
Un’impostazione analoga, seppur con modalità differenti, ha caratterizzato l’esperienza di San Donaci, dove la richiesta di indagare possibili criticità sanitarie e ambientali ha portato l’Amministrazione comunale a finanziare uno studio al CNR. Anche in questo caso, il coinvolgimento della popolazione è stato posto come condizione centrale fin dalla progettazione, sebbene sia stata ridefinita a causa della pandemia COVID-19 (Mangia et al, 2022). Un elemento distintivo di questa esperienza è stato il ruolo svolto da un soggetto terzo, l’associazione Comunitazione, incaricata della facilitazione degli incontri pubblici, che ha reso accessibile il linguaggio tecnico, gestito le dinamiche di potere tipiche degli incontri pubblici e lavorato sulla relazione tra istituzioni e cittadinanza.
Figura 1. Manfredonia (FG). Momento di confronto durante uno degli incontri partecipativi con la comunità locale
Un aspetto non secondario ha riguardato la gestione della dimensione emotiva: le comunità coinvolte portavano con sé storie personali e collettive di malattia, lutti e sofferenze spesso rimaste a lungo senza risposta o riconoscimento istituzionale. La facilitazione ha creato spazi in cui queste esperienze potessero emergere ed essere accolte senza essere ridotte a dati, riconoscendo che il vissuto di malattia è parte integrante della conoscenza locale e non un elemento da neutralizzare nel processo scientifico. Strumenti come focus group e circle time hanno permesso a ciascuno di esprimersi da una posizione riconosciuta e legittima. I risultati sono stati tangibili su entrambi i piani. Sul piano scientifico, le questioni emerse negli incontri, perplessità sui criteri di analisi statistiche, interpretazioni divergenti dei dati di mortalità, richieste di approfondimento su aria, acqua e suoli, sono state affrontate, discusse e confluite nella relazione finale del CNR, ampliandone il contenuto. Sul piano sociale, il processo ha favorito una comprensione reciproca dei vincoli e delle priorità di ciascuna parte, portando alla condivisione di possibili azioni da intraprendere e all'assunzione, da parte dell'amministrazione, di impegni concreti in materia di screening sanitari e monitoraggio ambientale, contribuendo così a generare un clima di maggiore fiducia tra scienza, istituzioni e popolazione.
Un terzo caso, per certi versi complementare ai precedenti, è quello di Venafro, dove il coinvolgimento della comunità ha assunto una forma diversa ma altrettanto sostanziale. Il ruolo centrale è stato svolto dall'Associazione Mamme per la Salute e l'Ambiente, attiva sul territorio fin dai primi anni 2000, che ha affiancato il gruppo di ricerca nella parte ambientale dello studio epidemiologico di coorte commissionato al CNR dall’Amministrazione comunale di Venafro e da essa finanziato, in un contesto già segnato da forte preoccupazione pubblica e da un precedente studio epidemiologico che aveva evidenziato eccessi per malattie cardiovascolari e respiratorie. Il contributo dell'Associazione si è articolato su più fronti, tutti accomunati da una stessa dinamica: portare all'attenzione del gruppo di ricerca elementi che la sola analisi dei dati disponibili non avrebbe intercettato. La segnalazione di un impianto di termovalorizzazione situato al di fuori dell'area di studio formale, ma percepito dalla comunità come fonte rilevante di impatto sulla qualità dell'aria, ha portato il gruppo di ricerca a riconsiderare la configurazione spaziale dello studio e a includere l'impianto nelle simulazioni di dispersione. Sul fronte meteorologico, la collaborazione ha reso visibile una lacuna strutturale, ovvero l’assenza di stazioni di monitoraggio di lungo periodo lungo la valle, aprendo una discussione con la comunità e le istituzioni sulla necessità di un monitoraggio affidabile e continuativo, condizione indispensabile per qualsiasi futura valutazione di impatto ambientale (Mangia et al., 2026). La segnalazione di una percezione diffusa riguardo a un'aumentata incidenza del tumore al seno ha spinto il gruppo di ricerca a includere questo esito tra gli outcome dello studio e ad approfondire l'associazione tra inquinamento atmosferico e tumore al seno (Fiore et al. 2025). Le preoccupazioni riguardo ai superamenti dei valori limite per il PM10, infine, pur non producendo dati direttamente utilizzabili nello studio, hanno stimolato una riflessione condivisa su possibili fonti e approfondimenti specifici. L'ascolto non è stato unidirezionale: l'associazione ha a sua volta recepito le ragioni metodologiche del gruppo di ricerca, comprendendo i limiti dei dati disponibili e la necessità di un rigore scientifico che non sempre coincide con i tempi e le attese della comunità. L'esperienza non è stata tuttavia priva di frizioni: complessità burocratiche e difficoltà nella restituzione tempestiva dei risultati hanno generato momenti di tensione, riflettendo una difficoltà strutturale ancora irrisolta, quella di comunicare in modo accessibile un processo di ricerca complesso a persone che attendono risposte concrete su questioni che toccano direttamente la propria salute.
Nel loro insieme, queste tre esperienze mostrano come l’inclusione di conoscenze locali e dei soggetti esposti non rappresenti un elemento accessorio, ma una componente essenziale per affrontare la complessità delle questioni ambientali e sanitarie. I corpi, le esperienze e le conoscenze delle comunità diventano parte integrante del processo scientifico, contribuendo a ridefinire le domande, migliorare i metodi e rendere i risultati più robusti e socialmente rilevanti. In questa prospettiva, la ricerca non perde rigore, ma si rafforza, avvicinandosi maggiormente alla realtà che intende comprendere e trasformare.
1. Scienziate visionarie: storie e narrazioni alternative
Una delle principali criticità nell’immaginare una ricerca scientifica che vada oltre i laboratori riguarda la resistenza di ampi settori della comunità scientifica, formata a una stretta gerarchia di saperi, a ripensare il proprio ruolo in relazione ai territori e alle conoscenze locali. Sebbene in ambito filosofico e sociologico esistano numerosi filoni di ricerca dedicati al ripensamento del rapporto scienza-società, tali prospettive faticano ad incidere in modo significativo sulle pratiche dei gruppi di ricerca più strettamente tecnico-scientifici. Una direzione possibile per promuovere una riflessione ci è sembrata quella di proporre storie di scienza e narrazioni alternative sui modi di fare e intendere la ricerca in contesti di rischio ambientale e sanitario.
In questa prospettiva nasce il nostro progetto di storytelling “Scienziate visionarie” (Mangia e Presto, 2024) che si propone di recuperare, valorizzare e condividere esperienze emblematiche, in cui la produzione di conoscenza scientifica nasce dal dialogo con le persone che vivono sul loro corpo l’esposizione a contaminazioni ambientali.
Raccontare la biografia personale e scientifica di Alice Hamilton, che alla fine dell'Ottocento si reca direttamente nelle fabbriche per osservare le condizioni di lavoro degli operai e delle operaie, permette di mettere in evidenza diversi aspetti. Attraversando reparti e officine, Hamilton scopre la tossicità di sostanze e la nocività di alcune mansioni incrociando dati quantitativi, racconti biografici e diagnosi cliniche che lei stessa esegue incontrando i lavoratori e le lavoratrici. Si rende conto, in questo modo, che uomini e donne non sono esposti ai rischi allo stesso modo: le lavoratrici si trovano sistematicamente in condizioni peggiori, spesso relegate ai compiti più logoranti e meno tutelati, gettando così le basi di quella che oggi chiamiamo epidemiologia di genere. Le sue indagini saranno la base di tutta la legislazione degli USA sulla tutela del lavoro. Ma la vicenda di Hamilton restituisce spazio a narrazioni cancellate dal racconto dominante: quelle di chi subisce gli effetti del progresso scientifico e tecnologico. Sono storie che non entrano nei libri di testo, che non alimentano il mito dell'innovazione, eppure ne costituiscono il rovescio della medaglia.
La biografia di Sara Josephine Baker, che nei primi del Novecento lavora nei quartieri più poveri di New York dove la mortalità infantile è elevatissima, permette di contestualizzare il valore della ricerca sul campo e della comunicazione diretta e interpersonale. A capo dell'ufficio di salute pubblica, Baker costruisce un programma di prevenzione che non si limita a produrre conoscenza ma va fisicamente incontro alle persone: visite a domicilio alle neomamme per trasmettere pratiche di igiene, stazioni del latte dislocate nel quartiere per garantire una distribuzione in condizioni sicure e consentire un contatto quotidiano tra il personale medico e gli abitanti. Il suo approccio parte dalla conoscenza diretta dei bisogni reali delle donne e dei bambini, non da astrazioni teoriche, e fa della prevenzione e della comunicazione in presenza il punto cardine di tutto il suo lavoro.
Fuori e dentro il laboratorio si muoverà, nel 1978, anche la biologa Beverly Paigen a Love Canal, il quartiere di Niagara Falls infestato dai miasmi di una discarica chimica su cui sono state incautamente costruite case e scuole. Quando i veleni affiorano, le autorità evacuano solo la zona immediatamente adiacente, ma le donne del quartiere, capeggiate da Lois Gibbs, non sono convinte e contattano la biologa. Paigen va subito oltre i confini istituzionali: ascolta le residenti che segnalano patologie nelle aree considerate "sicure", mappa i contaminanti e conferma le intuizioni degli stessi abitanti, dimostrando che i veleni stanno seguendo ramificazioni sotterranee invisibili alle mappe ufficiali. Per questo suo impegno sul campo, verrà liquidata dalle agenzie governative come “l'esperta degli inutili dati delle casalinghe”: la stessa identica accusa, mossa con parole diverse, che aveva accompagnato la carriera di Hamilton.
Figura 2. Rielaborazione grafica della storia di Beverly Paigen come narrata nel libro “Scienziate visionarie”. Progetto di educazione civica 2025-2026 “Le donne nella scienza” a cura del Dipartimento Scientifico della scuola Secondaria IC Tempesta Galateo (Lecce)
Fare scienza vicina alle persone, dopotutto, significava non essere credibili. Eppure, il successivo ritrovamento di gravi danni cromosomici le darà clamorosamente ragione, svelando l’ambiguità di istituzioni pronte a finanziare studi sull'ansia psicologica degli abitanti pur di non pagare le indagini genetiche. Dietro questo ostruzionismo si nascondeva uno scontro profondo sull'uso stesso della parola "conservativo": se per lo Stato significava cautela nel dichiarare un luogo non sicuro, per Paigen e la comunità significava l'esatto opposto, ovvero massima prudenza prima di considerarlo sicuro.
Raccontare storie come quelle di Hamilton, Baker e Paigen e tante altre permette di far emergere una modalità di intendere la ricerca scientifica che non si esaurisce negli uffici o nei laboratori ma si sviluppa attraverso il contatto diretto con le comunità. Che si tratti di documentare i rischi professionali nelle fabbriche, di strutturare la prevenzione pediatrica nei quartieri popolari o di tracciare la contaminazione sotterranea di una discarica chimica, queste studiose hanno ridefinito i criteri della credibilità scientifica integrando i dati quantitativi con le osservazioni di chi vive i territori. La loro eredità non è solo metodologica, ma anche politica nel senso più ampio: dimostra che l'accuratezza e la solidità dei risultati aumentano quando la ricerca accetta il confronto con la realtà locale, trasformando la produzione di conoscenza in una precisa responsabilità sociale e istituzionale. Raccontare queste traiettorie alternative, che nel tempo sono state riconosciute scientificamente valide, mostra come l’ampliamento dei punti di vista rafforzi la conoscenza stessa, rendendola, come sostiene Sandra Harding, "oggettivamente più forte” (Harding, 1995). In questo senso, la scelta di un approccio narrativo che intreccia i "fatti scientifici" con i "valori che muovono la ricerca" permette sia di raggiungere diverse comunità, dalle scuole ai contesti accademici, fino agli incontri pubblici, sia di mettere in discussione l’immaginario di scienza neutrale e avulsa da qualsiasi, corpo, responsabilità e dimensione valoriale.
3 Comunicare la scienza con il corpo: l’esperienza del teatro
La comunicazione scientifica sui temi ambientali e climatici si trova spesso davanti a un limite evidente: riesce a produrre dati solidi, modelli accurati, evidenze robuste, ma fatica a trasformarli in qualcosa che le persone possano sentire come vicino. Numeri e grafici spiegano, ma raramente coinvolgono davvero. A volte i dati allarmanti spaventano, senza tuttavia incoraggiare a un cambiamento necessario. Di fronte alla distanza percepita da buona parte della cittadinanza rispetto alla crisi climatica e ambientale o, al contrario, assistendo all’acuirsi di stati di eco-ansia, soprattutto nelle giovani generazioni, come ricercatrici abbiamo sentito la necessità di mettere tutte noi stesse nella comunicazione su questi temi.
È qui che abbiamo incrociato uno spazio per noi insolito: il teatro. Da questo incontro sono germogliate alcune esperienze teatrali, che, in una dimensione collettiva, hanno dato un corpo e un volto alla scienza e alle storie del libro “Scienziate visionarie”. Dieci storie di impegno per l’ambiente e la salute”. Le prime due sono: “Scienziate visionarie. Il mondo che vogliamo”, che racconta le storie di Donella Meadows e Alice Hamilton, e “Sempre in gara? No grazie!” un immaginario dialogo tra Katsuko Saruhashi e Lynn Margulis sull’importanza delle relazioni tra tutti i viventi e la pace. Entrambe sono nate da una collaborazione con Sara Sesti, riferimento a livello nazionale per la storia delle donne di scienza (Sesti, 2026) e , per quanto riguarda l’approccio teatrale, con l’attrice, regista e formatrice Maria Eugenia D’Aquino di PACTA. dei Teatri – Milano, una delle realtà di spettacolo del sistema teatrale nazionale.
Se l’operazione di Sara Sesti consente di dare corpo e immagine a donne che si sono occupate di scienza, l’ultraventennale format ideato dalla regista, invece, prevede che insieme a lei siano sul palco anche le donne di scienza, così che le ricercatrici diventano delle “ricercattrici”. D’Aquino, che da anni organizza “ScienzaInScena”, l’unico festival di Teatro e Scienza a Milano, sottolinea “nella mia operazione teatrale, le ricercattrici non pretendono di essere qualcosa di diverso da quello che sono, ovvero ricercatrici con l’urgenza di comunicare nuove visioni della scienza di fronte alle sfide ambientali. A teatro vengono messe in grado dalla sottoscritta di stare in scena rimanendo sé stesse, seguendo una partitura molto precisa che consenta loro di essere inserite in un contesto che ha come fine ultimo quello di sedurre, affascinare, approfondire e condividere”. (D’Aquino, 2024)
Questa sua impostazione di un teatro come “rivelazione” più che mera “divulgazione” ci ha permesso di incarnare le visioni di alcune scienziate, e implicitamente anche le nostre, rendendo partecipi le persone che ci ascoltano.
Un'ulteriore esperienza è stata la partecipazione a un reading nell'ambito del festival Alice e le altre, a Lecce, organizzato da Collettiva edizioni indipendenti. Il reading ha rappresentato un tentativo di portare la ricerca scientifica all'interno di uno spazio prevalentemente letterario e artistico, restituendo al pubblico la visione e il pensiero della biologa evoluzionista Lynn Margulis. Inserire il racconto della scienza in un contesto dominato da voci provenienti da altre discipline ha significato ricordare che la ricerca non si esaurisce in dati, esperimenti e scoperte: è anche sguardo sul mondo, scelta di cosa osservare e come interpretarlo, posizione rispetto all'esistente.
Quando saliamo sul palco rivelando le storie proviamo qualcosa di diverso rispetto a quando teniamo seminari scientifici. Nel seminario sentiamo la responsabilità di spiegare, argomentare, dimostrare. Cerchiamo chiarezza, precisione, rigore. È il linguaggio della scienza: necessario, fondamentale, ma spesso confinato alla razionalità e poco adatto per contesti di comunità allargate. Sul palco, invece, succede qualcosa di diverso. Le storie di Donella Meadows, Alice Hamilton Katsuko Saruhashi e Lynn Margulis non restano più soltanto dati, pubblicazioni o risultati di ricerca: diventano corpi, emozioni, conflitti, visioni. E noi stesse entriamo in relazione con quelle donne in un modo più profondo. Non le raccontiamo soltanto: le attraversiamo. Il nostro corpo diventa un ponte tra il nostro personale e il collettivo. Quando i temi ambientali entrano in scena, smettono di essere astratti. L’inquinamento in una fabbrica non è più solo una concentrazione di metalli nell’aria, ma corpi che si affaticano, si ammalano, una quotidianità che cambia. Il cambiamento climatico non è solo una curva che sale, ma una storia che attraversa vite, relazioni, territori. Il teatro rende visibile ciò che spesso resta invisibile: dà forma a ciò che i dati descrivono ma non fanno percepire. Portare il nostro corpo nella comunicazione scientifica attraverso il teatro significa, per noi, rompere con una lunga tradizione che ha separato mente e corpo, ragione ed emozione. Rispetto a una scienza che ha costruito la propria autorevolezza sull’osservare senza essere coinvolti, il teatro lavora sulla presenza. Quando entriamo in scena non siamo neutrali: siamo lì, con il nostro corpo, la nostra voce, la nostra vulnerabilità. E anche chi guarda non resta del tutto fuori: reagisce, si riconosce, si mette in relazione.
Il teatro ci permette, inoltre, di comunicare quello che spesso nei seminari resta invisibile: la paura davanti alle crisi ambientali, la rabbia per le ingiustizie ambientali e sanitarie, il coraggio di andare controcorrente, la fatica di chi sfida modelli economici, politici e scientifici dominanti. Sentimenti che anche noi abbiamo provato nella nostra vita professionale e che condividiamo col nostro corpo e la nostra voce alle altre persone.
Una storia incarnata, un corpo che parla o che resta un silenzio sul palco può aprire uno spazio diverso: uno spazio di ascolto autentico, di empatia e di immedesimazione.
Per questo crediamo che il teatro sia una forma potentissima di comunicazione scientifica che completa la scienza perché le restituisce umanità, purché come tiene a specificare D’Aquino, l’esperienza teatrale venga guidata e diretta da professioniste/i dei linguaggi performativi. Il teatro aiuta a sentire, a condividere, oltre che a capire. E forse oggi, davanti alle sfide ambientali e sociali, abbiamo bisogno proprio di questo: non solo conoscere il problema, ma sentire di farne parte.
Abbiamo accettato la sfida originale che ci ha proposto Maria Eugenia D’Aquino perché sentivamo che il linguaggio scientifico tradizionale non ci bastava più. Nel nostro percorso di ricerca e comunicazione cercavamo modi diversi per parlare di crisi climatica, energia, salute e rapporto tra scienza e società. Il teatro era per noi un territorio sconosciuto, e così ci abbiamo provato. Salire su un palco da “non attrici” significava anche metterci la faccia, uscire dalla zona protetta dell’esperta. Ma era coerente con ciò in cui crediamo: una scienza meno distante, meno neutrale in apparenza, più capace di dialogare con le emozioni e con la vita reale delle persone.
In fondo, tutto il progetto “Scienziate visionarie” nasce anche da questo desiderio: non limitarsi a trasmettere conoscenze, ma costruire immaginari. Perché ogni trasformazione ambientale, climatica e sociale comincia prima di tutto dalla capacità di immaginare un altro mondo possibile.
Ma il teatro non è solo rappresentazione, se diventa “rivelazione” come suggerisce D’Aquino, può diventare anche uno spazio di incontro.
Naturalmente, non pensiamo che il teatro debba sostituire le altre forme di comunicazione scientifica, ma sicuramente ha una sua potenza perché amplifica messaggi, li universalizza, rende più accessibili e coinvolgenti. Richiede tempo, cura, capacità di ascolto. E richiede anche che il mondo scientifico accetti di mettersi in gioco in modi meno controllabili.
Comunicare la scienza ambientale attraverso il teatro significa per noi riconoscere che la conoscenza non passa solo per la testa, ma anche per il corpo. Che capire non è solo sapere, ma anche sentire. E che, di fronte a problemi complessi e condivisi, forse abbiamo bisogno non solo di più informazioni, ma di esperienze che ci permettano di riconoscerci dentro quei problemi. Portare il proprio corpo in scena diventa allora, per noi, un atto potente: non solo comunicare la scienza, ma trasformarla in qualcosa che si può condividere e vivere insieme.
4 Considerazioni finali
Il testo riflette sull’importanza di considerare la dimensione dei corpi, dei valori e delle emozioni nelle attività di ricerca e comunicazione scientifica su tematiche ambientali con implicazioni sulla salute. Ci siamo concentrate su alcune pratiche di ricerca partecipata e comunicazione scritta e a teatro apparentemente diverse, ma che condividono una stessa domanda: cosa succede alla scienza quando esce dai laboratori e va tra le persone? La scienza occidentale ha costruito la propria autorevolezza su distanza, neutralità e separazione tra mente e corpo. Ma le crisi attuali mostrano i limiti di questo approccio: ridurre fenomeni come l'inquinamento o la crisi climatica a semplici dati produce una conoscenza incompleta. La ricerca partecipata insegna che chi vive un territorio porta saperi preziosi, costruiti attraverso esperienza, memoria e paura. Ascoltare queste voci non indebolisce il rigore scientifico, anzi lo arricchisce, perché il rigore non coincide con la fredda distanza emotiva. Le storie delle scienziate raccontate nel libro Scienziate visionarie confermano lo stesso principio: la conoscenza nasce dallo stare nel corpo e con esso ed è sempre intrecciata a relazioni, scelte etiche e sensibilità. Le emozioni non ostacolano la comprensione, a volte la rendono possibile. Il teatro, infine, rende percepibile ciò che i dati da soli non trasmettono: una relazione emotiva e collettiva con quanto accade. Le pratiche descritte rappresentano tre modi diversi di ricondurre corpi, emozioni e conflitti all'interno della scienza, contribuendo a costruire una conoscenza meno estrattiva e più responsabile. Non esistono ricette universali: ogni approccio è profondamente dipendente dal contesto e comporta difficoltà proprie. Proprio per questo, tuttavia, vale la pena continuare a sperimentarle.
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Pacta. dei teatri https://www.pacta.org/
Spettacolo Scienziate visionarie https://www.donnescienza.it/scienziate-visionarie-il-mondo-che-vogliamo