Speranza II - Gustav Klimt – 1908
Doula e psicologa clinica. Mi occupo dei passaggi che la vita ci mette davanti: la nascita, il cambiamento, la perdita. Il mio approccio è l’espressione di anni di studio, ricerca e di un lungo viaggio personale.
Sommario
L’articolo vuole riflettere sul potere trasformativo dell’esperienza di maternità. Partendo dal corpo che cambia si arriva a riflettere su di una trasformazione che non è solo fisica ma è metamorfosi biologica, esistenziale ed identitaria.
La trasformazione del corpo è visibile ma è lo specchio della complessità invisibile che porta con sé tutta l’esperienza della maternità.
Parole chiave
Corpo, donna, gravidanza, parto, dopo parto, cambiamenti fisici, cambiamenti psicologici, passaggi, lutto, dolore, ormoni, nascita, matrescenza, paura, perdita, vita.
Summary
This article explores the transformative power of motherhood. Beginning with the physical changes of the body, it examines a broader transformation that encompasses biological, existential, and identity dimensions.
What is visible in the body, however, reflects a far more complex and invisible transformation that defines the experience of motherhood.
Keyword
Body, woman, pregnancy, childbirth, postpartum, physical changes, psychological changes, transitions, bereavement, grief, hormones, birth, matrescence, fear, loss, life.
Speranza 1 - Gustav Klimt
Il corpo della donna è un’entità complessa, misteriosa, che affascina e per questo è stato osservato, commentato, guardato; ha fatto riflettere ed è stato descritto, raccontato, dipinto, modellato, usato e misurato. Per questo ha riempito pagine e tele, racconti e storie.
Sicuramente il mistero si fa magia nel periodo della maternità, quando il corpo che accoglie e custodisce un altro essere umano, si trasforma e cambia aspetto.
Ma nel periodo della gravidanza, il corpo non può essere pensato come un semplice contenitore biologico, perché i cambiamenti che vive la donna coinvolgono diverse prospettive tra loro interconnesse.
La trasformazione del corpo, le modificazioni fisiche che accompagnano la madre, rappresentano un fenomeno multidimensionale in cui si fondono cambiamenti fisici, l'adattamento neuroendocrino e l’evoluzione psicologica.
La metamorfosi è dunque a più livelli e coinvolge corpo e psiche, mescolando biologia, antropologia e sociologia. Il corpo diventa il luogo centrale in cui si fonda l'intera esperienza psicofisica e relazionale della donna.
Lo spazio di relazione e comunicazione corporea durante la gravidanza è fatto di ritmi, battiti cardiaci, vocalizzi e flussi biologici che ridefiniscono il confine tra il sé e l'altro.
In questo periodo il corpo femminile cessa di essere un organismo individuale per ridefinirsi come un sistema simbiotico temporaneo, massima espressione della plasticità biologica umana, dove il corpo si rimodella per ospitare l'altro da sé: il figlio.
L'utero si espande fino a moltiplicare di molto il suo volume iniziale, il baricentro corporeo si sposta in avanti in un nuovo punto di equilibrio, i tessuti connettivi e le articolazioni del bacino si ammorbidiscono lasciando la loro rigidità originaria per facilitare il passaggio della nascita.
Si modifica il volume del sangue, la frequenza cardiaca aumenta, il seno si ingrandisce, i capezzoli diventano più scuri, la pelle della pancia può essere segnata da una piccola linea verticale detta linea alba, possono comparire macchi sul volto e a volte, anche le smagliature.
Ed è così che il corpo racconta all’esterno, i passaggi, i cambiamenti e le scoperte della maternità.
Il corpo dunque si fa soglia, tra un prima ed un dopo e la sua trasformazione rappresenta una vera e propria metamorfosi identitaria, biologica ed esistenziale.
Il corpo si fa nido, luogo ospitante, dove si incontra l’altro in uno spazio nuovo e sconosciuto.
Se nella vita quotidiana, il corpo è il confine tra "me" e "l'altro", nella maternità, questo confine si dissolve e si sperimenta un’alterità interna: sentire un altro essere che cresce dentro di sé sfida quasi la logica razionale, portando a nuova consapevolezza la propria forza fisica e psichica.
I confini si perdono e il corpo cessa di appartenere a una sola persona, ospitando una seconda vita in continua espansione.
Per questo è richiesto un costante esercizio di accettazione dei cambiamenti: i rapidi mutamenti delle forme corporee impongono una riscrittura dell'immagine di sé.
E questo vissuto può essere altamente trasformativo del modo in cui una donna percepisce sé stessa e il mondo.
Avviene dunque sia scissione e sia unione, nello sperimentare la compresenza di due battiti cardiaci e due corredi genetici in un unico spazio fisico.
Matrescenza è il termine che è stato scelto dall'antropologa americana Dana Louse Raphael, per identificare tutti questi cambiamenti e passaggi. La Raphael utilizzò questo neologismo costruendolo sull'analogia morfologica e concettuale con il termine adolescenza: così come l'adolescenza designa un passaggio evolutivo radicale, la matrescenza, unendo le parole "maternità" e "adolescenza", rappresenta proprio la transizione, un processo di riconfigurazione globale, paragonandoli per intensità e stravolgimento. Entrambe queste fasi sono caratterizzate da sbalzi ormonali, cambiamenti fisici, cambiamenti emotivi e una radicale ridefinizione della propria identità e del proprio ruolo sociale.
Ma, nella cultura occidentale, il fatto di concentrarsi quasi esclusivamente sul neonato, ha reso invisibile questa trasformazione nella donna, come se partorire un figlio non implicasse contestualmente una sorta di parto di sé stesse in una forma nuova.
Ed è per questo che la visione trasformativa della gravidanza è rimasta legata al corpo e per decenni ai margini del dibattito scientifico.
Il cambiamento corporeo della donna incinta arriva puntualmente, è visibile per qualche mese e poi sparisce, lasciando una figura a volte identica.
Ma il ventre prominente è, in un certo senso, la parte che sporge dell’iceberg. Sotto, invece, lo spirito di una donna divenuta madre ha subito un cambiamento duraturo ed irreversibile, anche se invisibile.
Il corpo sì, è cambiato, se non necessariamente nella forma, nel suo significato: è diventato un corpo che ha generato acquisendo una nuova autorevolezza.
Viverlo come esperienza autentica significa riappropriarsi della propria narrazione corporea, ignorando le aspettative esterne.
Ma i sentimenti, le emozioni, le paure ed i pensieri che accompagnano la trasformazione fisica non sono sempre l’immagine delle bonarie rotondità del corpo.
Quel corpo che è spesso oggetto di sguardi pubblici, con giudizi sul peso, sulla forma, sulla "bravura" nel gestire i sintomi. La pancia viene soppesata, misurata, toccata e valutata senza sosta, ma oltre ad un “come mi vedo” collegato al corpo c’è un profondo “come mi sento” collegato allo stato emotivo, che non sempre viene ascoltato, spesso è negato e sottaciuto.
Ed è proprio la parte invisibile dell’iceberg che sostiene la percezione di sé come altro dalla percezione sociale, dove il “sono ingrassata”, “ho bisogno di dormire”, “mi viene da piangere”, “ho paura”, “non mi riconosco più”, hanno una valenza intima e privata che va accolta con serietà.
Ma i cambiamenti esteriori e la percezione dell’immagine del proprio corpo sono un delicato concetto dinamico che include sia la percezione soggettiva sia quella pubblica e ha origine nel sentire profondo della donna e di come si sono vissuti tutti i cambiamenti che le modificazioni ormonali e alterazioni dell’apparenza comportano.
E cosa accade al corpo durante il travaglio e il parto?
Dopo le ecografie, gli esami del sangue, le visite di controllo, le misurazioni dell’addome e del peso, arriva nel mistero, quando non si agisce con l’induzione, la nascita.
Dopo alcune “prove di inizio” arrivano le contrazioni, quelle regolari e costanti. Quelle che indicano chiaramente che il viaggio è cominciato. Onde che iniziano piano per poi ingrandirsi e che seguono a pause rigeneranti.
Travaglio e parto sono diversi per ogni donna e per ogni figlio.
Se in una prima fase si cerca di comprendere, controllare e contare le contrazioni, ricordare di respirare, o di camminare o di quanto si è appreso al corso preparto, quando il travaglio incalza, gli ormoni si mescolano in un cocktail che fa sì che il corpo inizi a guidare.
E solo così, lasciandosi portare dal corpo che sa, dandoci e dandogli fiducia, che si comprende la sua forza e la sua capacità di dare la vita.
Questa è un’esperienza che simboleggia la nostra capacità di superare il confine di ciò che ci è familiare, e di avventurarci, attivando una trasformazione profonda, in un territorio inesplorato.
Il corpo lavora e sperimenta sensazioni, dolore e posizioni. Si muove, prova dolore e si rilassa, e come scrive il filosofo Byung Chul Han “Il dolore è vita. Senza dolore non è possibile alcuna conoscenza capace di rompere con il passato. ….. Solo il dolore produce un reale cambiamento. Nella società palliativa si perpetua l’Uguale. Andiamo da tutte le parti senza fare esperienza.” (2022, p 50).
Condivido questo pensiero, perché vivere il dolore delle contrazioni, ha una sua intrinseca funzione, quella di attraversare l’esperienza nel profondo e di non turbare il flusso perfetto di regolazione ormonale che il corpo sa produrre. Ciò spesso non avviene perché le donne vengono lasciate sole: nessuna donna dovrebbe attraversare questa esperienza in una stanza, da sola, attaccata ad un monitoraggio e visitata solo per controllarne l’andamento.
Ma la nostra è una società che preferisce anestetizzare, che non vuole sentire e ritiene questo dolore assolutamente inutile. Oppure ne ha paura, perché è qualcosa di ancestrale, non controllabile e potente?
Nonostante tutto, questa esperienza corporea si muove tra due soglie: la dimensione animale e la dimensione sacra. Dimensioni che si intersecano continuamente nella danza del dare la vita.
Il travaglio, il parto e poi l'allattamento riconnettono la donna alla parte più istintuale, spogliandola di sovrastrutture limitanti; mentre la capacità di creare e dare la vita conferisce al corpo una valenza sacra, magica, che può fungere da sprone della propria autostima profonda.
E il corpo della donna che dà la vita, lo fa in luoghi differenti: in ospedale, nelle case maternità o nella propria abitazione.
Ognuna di queste situazioni promuove ed attiva ritmi e modalità diverse, ma sicuramente il parto cambia radicalmente a seconda dello spazio fisico, antropologico e clinico in cui avviene.
Il luogo della nascita non è un mero sfondo neutro, ma un elemento attivo che condiziona la fisiologia del travaglio, la produzione ormonale e il potere decisionale della donna.
Non desidero entrare nella discussione su quale luogo sia il più adatto, perché ogni donna e coppia sceglie, o dovrebbe scegliere, in libertà e ascoltando i propri bisogni, ma quello che da tempo noto è che sempre più ci sono luoghi dove la donna viene inserita in percorsi standardizzati, nel rispetto di pratiche routinarie e non dei suoi bisogni, seguendo protocolli atti a ottemperare alle regole e ai ritmi della struttura.
Nella mia esperienza di doula e di partoriente, in quanto mammifera, per poter partorire, bisogna sentirsi al sicuro e protette, perché quello che si vive nel dare la vita, è un profondo atto di fiducia e di apertura fisica ed emotiva.
Per partorire servono dunque luoghi dove le donne vengono ascoltate, accompagnate, protette, incoraggiate, lasciate libere di muoversi e di esprimersi.
Sagge e competenti ostetriche mi hanno insegnato che saper guardare ed ascoltare una donna che travaglia, racconta molto sull’andamento del parto e, a seconda di come si muove e dei vocalizzi che emette, si può comprendere a che dilatazione è, come sta andando il travaglio e se c’è bisogno di intervenire o di aspettare con un’attesa vigile ma non invasiva.
La libertà di movimento, cioè fidarsi che la donna muova il corpo e trovi posizioni utili a facilitare il travaglio e la nascita, l’intimità, l’assistenza continua e personalizzata, il sostegno, le spiegazioni, sono fattori fondamentali per la naturale produzione di ossitocina, ormone importante in vari ambiti della vita ma fondamentale per le contrazioni del travaglio e del parto e per l’allattamento.
Secondo il ginecologo ostetrico francese Michel Odent, il parto dovrebbe essere un evento intimo, istintivo e non medicalizzato.
Per questo c’è bisogno di favorire l’espansione degli ormoni naturali, come l’ossitocina e le endorfine e di ridurre il funzionamento della neocorteccia, in quanto sede del pensiero complesso, della logica e del linguaggio, che crea una interferenza nel processo del parto.
C’è bisogno di privacy e di libertà di movimento per poter sperimentare le posizioni fisiologiche che facilitano l’apertura del bacino e la discesa del bambino.
Quando una donna partorisce in un ambiente percepito come sicuro, intimo e protetto, il suo cervello riesce a disattivare lo stato di allerta, attivando il sistema nervoso parasimpatico e sbloccando una complessa cascata ormonale e neurobiologica che ottimizza la fisiologia del travaglio, riducendo spontaneamente il dolore e accelerando i tempi della nascita.
E dunque privacy, luci soffuse, temperature calde, silenzio, assenza di osservatori e nessun dialogo che costringa la partoriente a pensare o a concentrarsi su stimoli esterni, per potersi affidare a quelle risorse innate e biologiche e lasciare fare al corpo, che sa dare la vita.
Un insieme di perfetti meccanismi a catena, che, se rispettati, facilitano e sostengono la nascita.
E così appena nato, il bambino incontra una madre vigile, calma e chimicamente predisposta all'accudimento, facilitando l'avvio immediato dell'allattamento al seno e il legame pelle a pelle, per un imprinting neonatale positivo.
Quando invece una donna partorisce provando paura o una sensazione di pericolo, nel suo corpo si attiva la risposta ancestrale di attacco-fuga, innescando il circolo vizioso paura-tensione-dolore. Questo meccanismo fu descritto per la prima volta dal ginecologo inglese Grantly Dick-Read, come causa profonda dell’alterazione della fisiologia e della biochimica del travaglio.
La paura porta contrasto tra adrenalina e ossitocina e crollo delle endorfine, potenti antidolorifici naturali, e di conseguenza, la soglia di tolleranza al dolore si abbassa drasticamente. La tensione difensiva, con la risposta muscolare, porta ad irrigidire il corpo. La resistenza del canale del parto, irrigidisce il bacino e sollecita un conflitto muscolare nell'utero dove le fibre longitudinali tentano di contrarsi per spingere il bambino verso il basso, ma le fibre circolari inferiori, cervice e pavimento pelvico, si contraggono e rimangono serrate. I due gruppi muscolari lavorano quindi in opposizione, causando una resistenza meccanica che rallenta o blocca la dilatazione cervicale.
Oggi sembra stia diventando sempre più difficile partorire fisiologicamente, e le donne raccontano di esperienze di parto complesse e traumatiche, nei luoghi in cui ci si sente impaurite, espropriate delle proprie capacità, non ascoltate.
E mi domando se queste evidenze, utili al parto fisiologico, vengano ancora insegnate e mostrate nelle scuole di specializzazione in ostetricia e ginecologia.
Se durante il travaglio e il parto il corpo è stato impegnato in modo intenso, nel postparto inizia l’altro lavoro, quello di chiusura.
Ci sono contrazioni che servono a rimpicciolire l’utero, oltre che a chiudere i vasi sanguigni aperti; alcuni ormoni, come il progesterone e gli estrogeni, calano di livello, causando a volte brividi intensi e tremori involontari; si può perdere molto peso immediatamente, che corrisponde al peso del neonato, della placenta e del liquido amniotico; arrivano le lochiazioni, cioè perdite vaginali composte da sangue e residui di tessuto uterino; arriva prima il prezioso colostro e poi la montata lattea che può rendere il seno gonfio, caldo e talvolta dolorante; la zona perineale può essere edematose e doloranti; si eliminano liquidi accumulati in gravidanza attraverso una sudorazione notturna molto intensa e un aumento della diuresi; gli organi interni, intestino, stomaco, vescica, spostati dall'utero fluttuante, si assestano, tornando gradualmente nella loro posizione anatomica originaria; la pelle e i muscoli retti dell'addome richiedono tempo e riposo per recuperare tono.
Per tutto questo che avviene poco dopo la nascita, c’è bisogno di riposo e di recupero come nel puerperio, dove la donna ha bisogno di dormire, di buon cibo e di comfort.
La donna ha bisogno di sentirsi accolta e protetta per poter fare la stessa cosa con il suo bambino.
E’ questo il viaggio che permette al corpo femminile di funzionare esattamente secondo i propri codici evolutivi, riducendo drasticamente il bisogno di interventi medici esterni.
Speranza 2 - Gustav Klimt
Ma c’è un’altra realtà che merita attenzione: cosa avviene quando la gravidanza si interrompe.
Qualunque sia il motivo dell’interruzione, se spontanea o volontaria, se nei primi mesi o più avanti, se poco prima del parto o poco dopo, il corpo vive con una rapida cascata di cambiamenti ormonali, fisici e psichici di segno opposto.
La sofferenza, le lacrime e le parole di un corpo che narrano la storia di una maternità cessata, annullata, spezzata, deludente, perturbante, interrotta e la pancia che si era fatta nido, sanno di assenza e di vuoto.
Questo dolore spesso rimane invisibile, taciuto, senza storia, che il corpo cela e la mente pure.
La prevenzione di una sofferenza più grande e corrosiva, per sé e per chi sta vicino, può avvenire solo nell’ascolto del corpo, di quel dolore e delle parole.
Ancora oggi c’è un moto che spinge verso l’oblio e il celare; dimenticare, girare pagina, avere un altro figlio, distrarsi. La morte, fa paura, soprattutto quando si parla di inizio, di una nuova vita.
Il filosofo Byung Chul Han nel suo intenso libro dal titolo, La società senza dolore, scrive “La morte e il dolore non rientrano nell’ordine digitale. Rappresentano solo dei disturbi. Persino il lutto e lo struggimento sono sospetti.” (2022, p. 58)
Perché quando si parla di incompiuto, di una nascita incompiuta, si genera un paradosso, una frizione, un senso di frammentazione identitaria.
Ma anche quando si pensa che non ci sia più niente da fare, c’è ancora molto da fare.
Auspico che il corpo della donna, anche nella maternità, esca dalla logica performativa.
Lo scarto, tra il corpo idealizzato e il corpo reale, deve smettere di produrre dissonanze continuando a generare sentimenti di inadeguatezza e frustrazione.
Perché la donna si riappropri del valore, della forza e della capacità del corpo, ha bisogno di collaborazione e comprensione e per questo sono fondamentali esperienze belle e intense, piene e di senso, intere nel loro vissuto anche se doloroso e, ad esito triste.
Oramai è confermato anche da ricerche di epigenetica che il corpo ricorda, porta con sé l’esperienza, lasciando l’impronta in una memoria corporea: i tessuti, le cicatrici e l'utero conservano la traccia indelebile del vissuto.
E dunque, come ha scritto la giornalista Polly Vernon “Il corpo delle donne è veramente un miracolo. E’complicato, bizzarro, saggio, forte, affascinante. Sembra quasi magico, e lo è ancora di più proprio perché non ha nulla di soprannaturale: è un prodigio vivente. Perché è una macchina calibrata alla perfezione, che cambia, evolve e può persino dare la vita a delle repliche di sé stesso! ....... Un trionfo di potenza e fragilità, una vera forza della natura. Che spettacolo!” (2026, p.315).
Proteggiamolo ed ascoltiamolo, questo è il cammino.
La donna incinta - Marc Chagall
Bibliografia
Byung-Chul Han, 2022 . La società senza dolore, Einaudi Editore, Torino.
Daulter A., 2012. Sacred pregnancy, North Atlantic Books, Berkeley California.
Imbasciati A., Cena L., 2007. Psicosomatica della gravidanza e del parto, Piccin Padova.
Inanir S., Cakmak B., Can Nacar M., Evren Guler A., Inanir A., October 2015. Body Image perception and Self-esteem during Pregnancy – International Journal of Women’s Health and Reproduction Sciences, Vol.3, N°4
Marinopoulos S., 2006. Nell’intimo delle madri, Feltrinelli Ed. Milano
Stern D.N. e Bruschweiler-Stern N. 2001. Nascita di una madre, Oscar Mondadori Milano.
The Boston Woman’s Health Book Collective, 2008. Bodies ourselves – pregnancy and birth, Touchstone Book, Simon & Schuster.
Vernon P., 2026. La verità vi prego sul corpo delle donne, Newton Compton Editori, Roma.
Violi P., Castellano R., Zibellini S., Graziosi S., 2012. “Gravidanza preziosa”: il vissuto corporeo ed emotivo delle donne in gravidanza attraverso un’analisi qualitativa dei disegni, Funzione Gamma, rivista telematica scientifica della Sapienza Università di Roma.
Sacks Alexandra, 2018. A new way to think about the transition to motherhood |, TED talk