Nu bleu - Henri Matisse 1952
È acting & voice coach e insegnante certificato del Metodo Feldenkrais®, docente AFAM di Consapevolezza Corporea e docente ospite in contesti accademici europei. Integra il Metodo Feldenkrais nella la pedagogia vocale e nelle arti performative.
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Sommario: L'articolo esplora il Metodo Feldenkrais come sistema di apprendimento somatico basato sull'unità mente-corpo. Tramite il movimento consapevole, l’uso inclusivo dell’attenzione e della multisensorialità l'individuo arricchisce la propria "auto-immagine", superando i limiti delle abitudini motorie e dei modelli meccanicistici. Vengono infine analizzate le sue ampie applicazioni pratiche, con particolare focus sulle arti performative e sulla rieducazione motoria.
Parole chiave: Metodo Feldenkrais, auto-immagine, movimento, consapevolezza, apprendimento organico, arti performative, percezione, rieducazione motoria.
Summary: This article explores the Feldenkrais Method as a somatic learning system based on the mind-body unity. Through conscious movement, the inclusive use of attention and multisensory awareness, the individual enriches his/her ‘self-image’, overcoming the limitations of motor habits and mechanistic patterns. Finally, its wide-ranging practical applications are analysed, with a particular focus on the performing arts and motor re-education.
Keywords: Feldenkrais Method, self-image, movement, awareness, organic learning, performing arts, perception, motor re-education.
“Each one of us speaks, moves, thinks, and feels in accordance with the self-image that he has built over the years.”
(“Ognuno di noi parla, si muove, pensa e sente secondo l’immagine di sé che ha costruito nel corso degli anni.”)
— Moshe Feldenkrais
Viviamo ormai da tempo in un’era dell’immagine e della rappresentazione bidimensionale. Mai come in epoche precedenti gli esseri umani sono stati così poco in contatto con l’esperienza concreta e diretta della realtà multidimensionale nella quale sono comunque immersi.
Ormai, in quasi tutto il mondo cosiddetto civilizzato, l’esistenza è in buona parte vissuta attraverso la relazione con uno schermo che ci rimanda immagini a due dimensioni di noi stessi, degli altri e dell’ambiente: immagini spesso alterate per essere più “attraenti” nella logica distorta dell’apparire, per ottenere un’illusoria e transitoria approvazione attraverso dei “like” o altri simboli che quantificano quel bisogno di riconoscimento e di appartenenza, quella conferma di esistere, che da sempre appartiene all’essere umano.
Queste immagini permeano - quando addirittura non dominano - sempre più diffusamente e potentemente la nostra cultura, influenzando i nostri pensieri, i nostri sentimenti e la nostra esistenza. Sempre più spesso si considerano le immagini come se fossero esse stesse gli oggetti che rappresentano. Eppure, esse sono solo rappresentazioni parziali, prive di autentica profondità (a parte le opere d’arte visiva, ma questo è un altro argomento…). Così come la nostra immagine in uno specchio è solo un riflesso e noi siamo molto, molto di più di quella piatta figura a due dimensioni.
Eppure, v'è un altro tipo di immagine che è fondamentale, oserei dire strutturale, in ogni essere umano (probabilmente anche in altri esseri viventi). Un’immagine invisibile eppure estremamente concreta, che noi stessi creiamo durante la nostra esistenza. Moshe Feldenkrais la definiva “auto-immagine”: un concetto che oggi trova sempre maggiori risonanze in ambito scientifico, in particolare nelle neuroscienze, nella psicologia dello sviluppo, nelle scienze motorie e della formazione.
La sua definizione non si riferisce soltanto a una semplice immagine mentale del corpo - l’idea consapevole che costruiamo di noi stessi, influenzata dalla cultura, dall’educazione e dal modo in cui ci pensiamo - né esclusivamente ad una mappa neuromotoria e somatotopica, il cosiddetto homunculus, cioè la rappresentazione funzionale e sensoriale del corpo nel sistema nel cervello. L’idea di auto-immagine di Feldenkrais abbraccia entrambi i domini e, per certi aspetti, va anche oltre. Potremmo definirla una configurazione operativa con cui ogni individuo agisce, un’immagine che viene strutturata e modificata nel corso dell’esistenza, integrando quattro dimensioni sempre co-presenti, interconnesse e in reciproca e continua relazione: il movimento, le sensazioni, il sentimento ed il pensiero.
Nella cultura occidentale queste dimensioni vengono spesso ancora considerate separatamente, a seguito di una lunga tradizione di pensiero basata su una visione meccanicistica dell’essere umano, che tende a considerare la corporeità separata dai processi mentali e cognitivi. Allo stesso modo, per lungo tempo i domini sensoriali sono stati studiati come funzioni distinte e autonome, mentre sentimenti ed emozioni sono stati a lungo considerati fenomeni difficilmente integrabili in una visione scientifica unitaria dell’essere umano.
Nel pensiero di Feldenkrais, invece, le dimensioni motoria, sensoriale, cognitiva ed emotiva sono organicamente e indissolubilmente interconnesse, in incessante interscambio di informazioni ed elaborazioni e insieme concorrono a creare una rappresentazione coerente della realtà e di noi stessi: è questa l’auto-immagine di cui parla Feldenkrais.
Questa rappresentazione interna di noi stessi si forma gradualmente fin dai primi momenti della nostra esistenza ed è il risultato di una complessa rete di relazioni tra le varie parti del nostro essere e tra queste e l’ambiente con il quale interagiamo. In qualche modo è il principio della relazione il fulcro di tutto il processo. In quest’ottica l’essere umano è un complesso e sofisticato sistema organico in cui ogni componente è in connessione sinergica e coordinata con le altre.
In una prospettiva sistemica ogni funzione emerge dall’interazione continua tra le varie dimensioni dell’esperienza ed il fulcro di tutto il processo è il principio della relazione.
Prendiamo il fenomeno della percezione. Per molto tempo si è data importanza ai singoli canali sensoriali attraverso i quali facciamo esperienza della realtà. Oggi invece la scienza si sta orientando sempre più verso un modello di percezione multisensoriale, e molti studi hanno confermato che ogni sistema sensoriale collabora con gli altri nel fornire un’immagine dell’oggetto con cui siamo in rapporto quanto più possibile completa e pertinente. Oltre ai canonici cinque sensi entra inoltre in gioco il movimento. Ad esempio quando prendiamo in mano un bicchiere non lo percepiamo soltanto attraverso il tatto: la vista, il peso, la posizione delle articolazioni, il movimento della mano e perfino le aspettative costruite dall’esperienza pregressa collaborano simultaneamente nel creare la percezione dell’oggetto. Inoltre vi sono sempre le componenti del sentimento e del pensiero: il sapore della bevanda non dipenderà soltanto dal gusto, anche l’odore, la temperatura, il colore della tazza, la consistenza, la postura e perfino il contesto emotivo ed i pensieri influenzeranno profondamente l’esperienza percettiva. Un continuo gioco di relazioni.
Ma dove risiede l’auto-immagine di cui parla Feldenkrais?
Essa è il risultato della costante interazione tra sensazioni interne (interocezione, la capacità del sistema nervoso di percepire e monitorare gli stati interni del corpo), sensazioni provenienti dall’esterno (esterocezione, l’insieme dei processi percettivi attraverso cui l’organismo riceve informazioni dall’ambiente mediante i sensi) e propriocezione, la capacità di percepire posizione, movimento e organizzazione del corpo nello spazio attraverso informazioni provenienti da muscoli, articolazioni, tendini e sistema vestibolare, il tutto continuamente mediato dal sistema nervoso, vastissima rete di comunicazione e integrazione che connette cervello, midollo spinale e corpo in un incessante processo di organizzazione e adattamento. Il corpo è il luogo dove tutto questo avviene. Pensieri, ricordi, idee, decisioni sono intrinsecamente legate alla nostra corporeità, non qualcosa di astratto né qualcosa che avviene in una sorta di centrale di comando che muove un corpo in modo meccanicistico.
Questa visione d’unità tra corpo e mente, che permea sia la teoria sia la pratica di Feldenkrais, anticipa - considerando che sviluppò il suo metodo a cavallo della Seconda guerra mondiale - l’orientamento che negli ultimi anni si è progressivamente consolidato nell’ambito delle neuroscienze. Autori come Antonio Damasio hanno infatti contribuito a mettere in discussione la tradizionale separazione tra processi corporei e processi mentali. Sempre più si sta affermando una prospettiva olistica e integrata che vede l’essere umano come un unicum indivisibile.
Feldenkrais individua le componenti fondamentali di questo unicum presenti in ogni momento dell’esistenza: il movimento, le sensazioni, il pensiero e il sentimento. Quattro domini funzionali interconnessi, in continua, reciproca e indissolubile relazione.
Per Feldenkrais la vita è impensabile senza anche uno solo di essi: senza movimento cesserebbe, ad esempio, il battito cardiaco; l’assenza di sensazioni è propria solo di corpi inerti, mentre l’assenza di sentimento e di pensiero equivarrebbe alla morte cerebrale. Senza uno di questi elementi fondamentali la vita, così come la intendiamo, è inconcepibile e, se uno di essi è deficitario o mal funzionante, la qualità stessa della vita ne risente. Essi si influenzano reciprocamente e si regolano attraverso uno scambio continuo e coerente: sono sostegno e complemento funzionale gli uni degli altri.
Invito il lettore a fare un piccolo esperimento. Provate ad alzarvi da dove state leggendo e per qualche momento ascoltate la qualità del vostro sentimento di base, il vostro umore di fondo in questo momento; osservate la qualità dei pensieri che vi attraversano e come percepite, ad esempio, la luce, la temperatura dell’aria, i colori…
Poi inclinate la testa verso il basso, incurvate le spalle e, per quanto potete, infossate il petto, mettete i piedi un po’ in dentro. Ora restate per qualche minuto in questo atteggiamento corporeo, potete anche muovervi nel vostro spazio mantenendo questa postura. Dopo alcuni minuti ascoltate la qualità del sentimento, del pensiero, come percepite la luce, i colori e la temperatura ora… E’ forse diverso da quanto avevate registrato prima?
È molto probabile che l’umore si sia un po’ adombrato, i pensieri leggermente incupiti, i colori meno accesi e che magari sentiate più freddo o più caldo di prima. Solo per aver modificato qualcosa nel vostro modo di muovervi.
Tornate poi alla postura abituale e sentite come di nuovo cambia gradualmente la qualità dell’umore, dei pensieri, la percezione dell’ambiente, il respiro…
Potete provare anche un’altra postura: alzate la testa col mento in alto, ampliate il petto, mantenete la schiena più dritta dell’abituale, magari allargate un po’ la posizione dei piedi... Aspettate qualche momento e sentite cosa cambia in voi a livello di sentimento, di sensazioni e di pensiero.
Questo è un semplice esercizio di propedeutica teatrale - le arti spesso anticipano empiricamente quanto in altri settori viene poi ricercato e teorizzato - ma illustra bene concretamente i principi di organicità e di reciproca relazione tra i quattro domini fondamentali sopra descritti.
Il corpo non soltanto esprime le emozioni, ma contribuisce a crearle. Modificare un atteggiamento corporeo attraverso l’organizzazione del movimento comunica qualcosa di diverso al resto del sistema, che si adatta armonizzandosi con quanto di nuovo sta percependo: interpreta i nuovi segnali e risponde accordandosi ad essi.
Movimento e percezione sono in stretta relazione reciproca: non può esserci percezione senza movimento e viceversa. Nella totale immobilità la percezione tende fortemente a ridursi perdendo chiarezza e definizione; in alcuni casi gli stimoli possono persino sembrare svanire dalla coscienza. Quanti hanno avuto la sensazione di “non sentire più” una parte del corpo dopo averla mantenuta immobile a lungo?
Non solo: se uno stimolo che riceviamo rimane invariato troppo a lungo, il sistema nervoso tende gradualmente ad adattarsi, filtrandolo, attenuandolo e riducendone la presenza nella coscienza. Per sentire e percepire abbiamo bisogno di muoverci e di sperimentare variazioni d’intensità sia pur minime negli stimoli che riceviamo, così da poterne elaborare l’entità e adattare la risposta
In pratica conosciamo la realtà facendo esperienza delle differenze: non sapremmo cos’è l’ombra se non avessimo esperienza percettiva della luce, né riconosceremmo il calore di una fiamma se non avessimo anche esperienza del vento fresco sul volto o di un sorso d’acqua fresca. La lista potrebbe proseguire pressoché all’infinito…
Si possono sperimentare altri esempi partendo da un altro dei quattro domini fondamentali. Ad esempio, si può pensare a uno spicchio di limone tra i denti: molto probabilmente il solo immaginarlo evocherà la sensazione di asprezza e, di conseguenza, porterà a muovere le labbra e la lingua irrigidendole e ritraendole. Anche qui una componente cambia e il resto reagisce e si adatta.
Feldenkrais intuì questa continua danza di relazioni che avviene in noi, nel nostro corpo. Una prospettiva decisamente sistemica.
Ma da quale parte iniziare?
Tra le quattro dimensioni fondamentali Feldenkrais individuò nel movimento quella più accessibile e più facilmente modificabile in modo intenzionale. È difficile cambiare volontariamente il nostro pensiero: non si riesce neppure a fermarlo, se non forse con anni di pratica meditativa. Ancora più difficile è modificare intenzionalmente le nostre emozioni - gli innamorati rifiutati ne sanno qualcosa - così come è assai arduo, se non quasi impossibile a volte, gestire direttamente le nostre sensazioni: mettete una mano sul fuoco e convincetevi di non sentire dolore… abbastanza inverosimile, no?
Resta il movimento. Su quello possiamo avere un buon margine di controllo intenzionale; anzi, possiamo migliorarne intenzionalmente la qualità, se sviluppiamo la dovuta consapevolezza.
Feldenkrais colse lucidamente questa possibilità e, unendo le sue conoscenze scientifiche - era laureato in ingegneria, con un dottorato in fisica alla Sorbona - con quelle delle arti marziali, sviluppò nel corso di alcuni anni il suo originale e particolarissimo metodo di apprendimento somatico nel quale il movimento è la chiave d’accesso, il mezzo più diretto per dialogare con il corpo e con il sistema nervoso, quindi con l’essere umano nella sua interezza.
Un’altra cosa era ben chiara a Feldenkrais: l’uomo è una creatura abitudinaria, siamo portati a creare abitudini. Il nostro cervello, per sua stessa natura, crea schemi di comportamento utili per noi e che sono frutto della relazione tra ambiente - interno ed esterno a noi - percezione, sentimento, pensiero e movimento.
Sviluppiamo nei primi anni di vita il nostro modo di parlare e di camminare e ne consolidiamo talmente gli schemi neuromotori da renderli processi automatici; diventano così schemi abituali ed essendo specificamente nostri ci identificano, e noi stessi ci identifichiamo con essi. Ecco che torna il principio dell’auto-immagine.
Si crea una sorta di processo circolare nel nostro apprendimento: fin dall’inizio esploriamo l’ambiente mossi da un bisogno o da un desiderio, quindi, già in risposta a qualcosa che percepiamo in noi proveniente dal nostro ambiente interno sotto forma di sensazione; questo porta il nostro sistema ad adattarsi a quella sensazione, si crea un’intenzione all’agire e a usare il movimento per portarla a termine. L’esito dell’azione compiuta ci invierà altri stimoli e ci adatteremo nuovamente in base a essi, proseguendo con altre azioni, magari perfezionando la prima oppure cambiando in parte o del tutto strategia e direzione. Un processo che continua, in effetti, per il resto della nostra esistenza.
È insita nelle qualità stesse dell’apprendimento organico la possibilità di adattare e modificare uno schema di comportamento, che sia nuovo e in fase di elaborazione oppure già consolidato.
Può sembrare cosa da poco, eppure è una delle chiavi di volta su cui si basa la pratica del Metodo Feldenkrais®, sia nella sua forma di insegnamento collettiva - le lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento® - sia nelle lezioni individuali di Integrazione Funzionale®.
Nelle classi collettive gli allievi seguono verbalmente le indicazioni dell’insegnante per esplorare determinati movimenti, relativi a schemi motori legati alle funzioni proprie della nostra specie. Essi vengono esplorati in diverse possibili varianti, con minimo sforzo e talvolta addirittura soltanto immaginandoli, in modo confortevole, con pause, per dare al sistema nervoso il tempo e il modo di metabolizzare al meglio l’esperienza via via che si procede.
Gli allievi hanno la possibilità di riconoscere i propri schemi corporei abituali; diventano sempre più consapevoli di come loro stessi sono organizzati e, grazie alle variazioni e alle alternative proposte, ampliano le possibilità di scelta per potersi riorganizzare in modo più funzionale.
In tutto il processo l’uso particolare dell’attenzione è fondamentale: essa viene sollecitata in modo non abituale, portando gradualmente gli allievi a svilupparne un uso sempre più raffinato, discriminante e allo stesso tempo inclusivo. Mentre si focalizza un dettaglio di una parte del corpo o di un movimento, l’attenzione si espande al contempo per includere anche il resto dell’insieme corporeo; questo porta ad arricchire e ampliare progressivamente la propria auto-immagine, rendendola sempre più dettagliata e consapevole.
Nel riconoscere, esplorare e riorganizzare i propri movimenti l’allievo agisce in realtà a più livelli sul suo intero essere. Per quanto paradossale possa sembrare, il focus principale non è il movimento in sé, ma piuttosto come ci si percepisce nell’atto di compierlo: l’attenzione viene continuamente guidata anche sulle sensazioni interne, sui pensieri presenti, sul modo in cui si sta usando l’auto-valutazione e su cosa si sta sentendo a livello emotivo in quel momento.
Una lezione diventa così un processo di consapevolezza incarnata e vissuta profondamente in ogni parte dell’essere. Il nome che Feldenkrais ha dato alla pratica collettiva del suo metodo assume ora un significato molto più chiaro e concreto. Senza una reale consapevolezza di sé nessuna significativa riorganizzazione, nessun vero cambiamento e nessun importante miglioramento sono possibili.
Eppure, anche questo, a volte, non basta. Nella mia esperienza - sia nell’ambito della pedagogia teatrale sia per quanto riguarda l’insegnamento del Metodo Feldenkrais® - ho constatato che un reale cambiamento può avvenire solo se vi è l’autentico desiderio di perseguirlo, accettarlo e incorporarlo nel proprio modo di essere.
Come riportato poc’anzi, ci identifichiamo con le nostre abitudini — con la nostra auto-immagine — e viviamo in modo riconoscibile per gli altri e per noi stessi proprio grazie a quelle caratteristiche abituali che ci distinguono e ci fanno sentire al sicuro nell’attraversare l’esistenza. Tuttavia quasi chiunque vorrebbe essere un po’ diverso: non ho mai incontrato finora qualcuno che fosse al cento per cento soddisfatto di sé, senza alcun dubbio o tentennamento. Certo, per lo più ci si accetta alla fine con tutte le nostre umane imperfezioni; tuttavia c’è sempre qualcosa di noi che vorremmo un po’ diverso, qualcosa che desidereremmo cambiare. Eppure, molto spesso, quando ci vengono dati opportunità e strumenti per cambiare, capita di scoprire nuove possibilità, ma poi torniamo in breve al nostro modo abituale di essere, alle nostre abitudini, alla nostra vecchia e cara auto-immagine.
Di fatto il cambiamento è possibile, purché si abbia un’autentica voglia di cambiare, di sperimentarsi diversi. Ho visto persone, dopo un’Integrazione Funzionale® o una lezione di CAM®, sentirsi molto meglio, ma anche “strani”, “diversi”; e subito iniziare a ricercare la loro postura abituale per tornare alla sicurezza della familiarità e del riconoscimento di sé nel ritrovare tensioni o fastidi abituali, abbandonando così la nuova postura e il senso di maggiore benessere appena scoperto.
Eppure, muoversi dal conosciuto verso l’ignoto è da sempre all’origine delle grandi e piccole scoperte dell’essere umano: andare oltre il noto, sollevando il velo dell’abitudine, è una porta verso la conoscenza. Eppure, non sempre è facile accettarlo.
Muovere il nostro corpo in modo non abituale ci porta a conoscere come realmente ci organizziamo nel movimento, quale peso abbia l’intenzione, cosa percepiamo e come ci sentiamo emotivamente.
Il movimento può essere visto come una funzione attraverso cui conoscere noi stessi e il mondo nel quale ci muoviamo e col quale interagiamo; il nostro corpo diviene il luogo dove la conoscenza prende forma, si articola, si espande e si deposita nella memoria a livello materiale.
Molto semplificando: muovendoci ricerchiamo e percepiamo continuamente stimoli che registriamo nel corpo attraverso il nostro sistema nervoso, il quale interpreta tali stimoli ed elabora risposte che, a loro volta, diventano nuovi stimoli per agire in una direzione piuttosto che in un’altra.
In realtà non tutti gli stimoli vengono elaborati allo stesso modo: l’intelligenza insita nel nostro sistema soppesa i vari segnali e dà seguito solo a quelli che ritiene più importanti e affidabili. In pratica il nostro cervello seleziona dinamicamente i segnali da prendere in considerazione ed è anche in grado di amplificare la risposta sensoriale di un canale rispetto a un altro in base alle necessità e alle circostanze.
Ad esempio, al buio il tatto e l’udito si acuiscono mentre la vista perde importanza, perché cessa di essere il canale più affidabile per la nostra stessa sicurezza. Pare incredibile quanta intelligenza operi in noi al di sotto della soglia della coscienza.
La percezione si conferma dunque essere qualcosa di dinamico e adattativo: non la ricezione passiva di stimoli, ma un processo attivo e multisensoriale attraverso cui il sistema nervoso organizza l’esperienza del corpo e del mondo. E realizziamo tutto questo attraverso il prezioso strumento del movimento.
Un neonato non conosce il proprio corpo in astratto: ne costruisce progressivamente un’immagine esplorando sé stesso attraverso il movimento. Girarsi, afferrare, strisciare, gattonare non sono soltanto azioni motorie, ma esperienze percettive multisensoriali organizzanti attraverso cui il bambino apprende gradualmente a organizzare sé stesso.
Il movimento, quindi, non è soltanto funzionale all’esecuzione di un’azione, ma uno dei principali mezzi attraverso cui il sistema nervoso organizza la percezione di sé e del mondo.
E che cos’è tutto questo se non apprendimento?
L’apprendimento organico sostenuto da Feldenkrais si basa sull’esplorazione senza aspettative, sull’affinare la percezione, sullo sfruttare le differenziazioni tra le varie parti del corpo coinvolte o meno, sull’autoregolazione propria del nostro organismo, sul provare alternative ampliando le possibilità di scelta e infine sull’integrare quanto emerge in una nuova organizzazione di sé.
Di contro, l’apprendimento meccanico si basa sulla mera ripetizione finalizzata ad automatismi inconsapevoli, sull’imitazione passiva, su correzioni che arrivano dall’esterno e su un adattamento rigido e forzato.
Quante volte abbiamo sentito dire “raddrizza le spalle!” - o frasi simili - con il risultato che la persona che riceve questa correzione non farà altro che sforzarsi in una postura che è in realtà contraria a quanto il suo stesso sistema sta comunicando al corpo di fare.
La correzione sarà faticosa, se non addirittura dolorosa, e durerà probabilmente poco, perché la sua organizzazione profonda in realtà non è cambiata e il sistema non riconoscerà quelle “spalle raddrizzate” come proprie, cercando presto di riportarle all’atteggiamento originario.
Eppure il cambiamento sarebbe possibile ponendo quella stessa persona nelle condizioni di diventare realmente consapevole di come organizza la propria postura, non mentalmente o secondo un ideale astratto, ma esplorando le relazioni tra le parti del corpo coinvolte, proponendo alternative possibili, suggerendo movimenti non abituali, fino a che il sistema stesso della persona non riconosca la strada per recuperare un’organizzazione di sé più funzionale nel suo insieme. A quel punto anche le spalle risulteranno meglio organizzate, “più dritte” secondo l’ottica abituale.
Altro esempio: moltissimi studenti che praticano uno strumento musicale insistono a lungo nella ripetizione meccanica di un brano senza ottenere miglioramenti, accumulando anzi tensione e frustrazione. Non si fermano invece a comprendere attentamente come stanno organizzando sé stessi nell’insieme, e non soltanto le dita delle mani, scoprendo così che magari il problema non risiede nelle dita o nel brano in sé, ma forse nel respiro o nel modo in cui si stanno “pensando” mentre suonano.
L’apprendimento organico sostenuto da Feldenkrais si basa sul recupero di capacità proprie dell’essere umano fin dalla nascita: l’esplorazione, la sperimentazione di alternative possibili, la capacità di percepire le differenze, la selezione di ciò che è meglio per noi attraverso prove ed errori, l’assenza di giudizio, la pratica del minimo sforzo, la comodità e la piacevolezza dell’esperienza, l’uso dell’attenzione e l’ascolto di sé.
Queste ultime due componenti sono centrali nella metodologia Feldenkrais e sono sempre presenti in ogni momento di una lezione - sia collettiva sia individuale - venendo costantemente praticate tanto dagli allievi quanto dall’insegnante stesso.
L’attenzione viene utilizzata in modo molto particolare: discriminante e inclusivo allo stesso tempo. Attraverso l’attenzione possiamo infatti rendere più chiari e riconoscibili aspetti della nostra organizzazione corporea che normalmente rimangono automatici o inconsapevoli. Portare attenzione a qualcosa significa in qualche modo renderlo più presente, più rilevante e più organizzato nella nostra esperienza.
Qualcosa di analogo avviene con l’ascolto di sé: rivolgendo l’attenzione verso noi stessi interiormente si osserva ciò che accade in modo privo di giudizio e di aspettative.
In effetti praticare il Feldenkrais è analogo al porsi in quello stato rilassato ma attento di aperta curiosità e desiderio di esplorazione proprio del piccolo essere umano durante il suo apprendimento e non a caso molte delle lezioni sono state strutturate da Feldenkrais partendo dalle fasi dello sviluppo.
Abbiamo visto che vi sono due modalità di insegnamento: quella collettiva, che è stata brevemente e sinteticamente descritta, e quella individuale, sulla quale vorrei tornare ora per chiarire anche il particolare ruolo dell’insegnante Feldenkrais.
La formazione di un insegnante, articolata in moduli di studio intensivi, dura solitamente quattro anni. In questo periodo, oltre alle ore di pratica e teoria con formatori certificati, i futuri insegnanti praticano e studiano per proprio conto, sia individualmente sia in gruppo. Il percorso formativo è pressoché lo stesso in ogni parte del mondo dove vi siano scuole di formazione e la qualità della didattica è garantita da organismi internazionali e da associazioni professionali nazionali che tutelano il Metodo Feldenkrais e chi lavora con esso.
La formazione è un processo nel quale ogni partecipante non solo apprende i principi del metodo e le tecniche per praticarlo e applicarlo, ma intraprende anche un percorso di trasformazione personale sotto molti aspetti. Il pensiero di Feldenkrais va infatti oltre qualcosa di puramente tecnico: un insegnante deve maturare in sé una consapevolezza reale dei propri processi a livello esperienziale, deve sperimentare in prima persona gli effetti del metodo che gli permetteranno di raggiungere la necessaria qualità nella percezione e nell’ascolto di sé, di espandere e arricchire la propria auto-immagine, di raffinare la sensibilità sensomotoria e di migliorare in modo significativamente più funzionale la propria organizzazione corporea.
Tutto questo per poter poi divenire una guida attenta e affidabile per chi voglia sperimentare il metodo come allievo. Uso il termine “guida” non a caso: un professionista del metodo non insegna una serie di movimenti secondo una determinata prospettiva tecnica o estetica, come facilmente potrebbe apparire a una visione superficiale, bensì crea innanzitutto le condizioni più adatte all’apprendimento e propone temi su cui lavorare.
L’insegnante Feldenkrais non impone rigide istruzioni, anche se certamente dà indicazioni di movimento, ma queste sono piuttosto inviti all’esplorazione, guidando di volta in volta l’attenzione verso ciò che può aiutare nel processo di consapevolezza, suggerendo tempi più comodi e adatti agli allievi, sottolineando continuamente l’importanza dell’ascolto di sé e della riduzione dello sforzo per poter percepire ciò che sta avvenendo nel corpo e nel resto di sé in modo più preciso e differenziato. Il tutto accompagnando il processo in modo attento e partecipato, rispettando tempi e caratteristiche personali, sia nel lavoro individuale sia in quello di gruppo, così da adattare il percorso nel modo più funzionale e produttivo possibile per chi lo sta attraversando: non per un risultato prestabilito o una prestazione “ginnica”, ma per aiutare ogni allievo a ritrovare la propria strada verso un’organizzazione di sé più consapevole, più funzionale ed efficiente.
Tutto questo trova la sua massima espressione nelle sedute individuali. Durante un'Integrazione Funzionale® l’insegnante entra in relazione con l’allievo o l’allieva attraverso il tocco delle proprie mani, utilizzandolo per muovere o manipolare il corpo in amo leggero e senza alcuna forzatura - sempre rispettoso e in ascolto di qualsiasi segnale, anche minimo, di possibile disagio. Inoltre con il tocco stimola la percezione delle varie parti coinvolte e indirizza l’attenzione dell’allievo verso ciò che è più utile in quel momento.
In qualche modo l’insegnante, attraverso il contatto delle mani - il solo contatto diretto che si crea - armonizza il proprio sistema con quello dell’allievo, creando una sorta di risonanza del corpo e del sistema nervoso dell’altro nel proprio corpo e nel proprio sistema nervoso. Questo processo può avvenire solo grazie a quanto l’insegnante abbia maturato in sé in termini di consapevolezza e auto-organizzazione, a quanto sia ricca e dettagliata la sua auto-immagine.
Non si tratta quindi soltanto di saper dare, attraverso il tocco, uno stimolo motorio efficace che “parli” direttamente al sistema nervoso dell’allievo permettendogli di apprendere nuove modalità di organizzazione di sé, ma anche della relazione stessa che si viene a creare tra due sistemi nervosi, uno dei quali assume in qualche modo la funzione di guida per accompagnare l’altro a esplorare, scoprire o talvolta riscoprire possibilità neuromotorie.
In alcuni momenti si può arrivare a uno stato in cui la guida quasi scompare e i due sistemi si muovono in perfetta sintonia, integrati l’uno con l’altro pur mantenendo due distinte corporeità, come in una danza nella quale si perde il senso di chi stia “portando” e ci si muova armonicamente nel flusso della musica.
Ma a cosa serve nella vita di tutti i giorni tutto ciò di cui si è parlato finora: percezione, apprendimento, auto-immagine, movimento, consapevolezza, integrazione? Quale importanza hanno nella vita quotidiana questi concetti? A cosa serve il Metodo Feldenkrais?
La mia risposta è che siamo fatti di tutto questo. Ogni essere umano è un processo in atto, un incessante attuarsi di relazioni dinamiche tra percezione, movimento, apprendimento, auto-immagine e consapevolezza di sé, il tutto come un sistema organico integrato nel quale ogni parte è costantemente in relazione reciproca con il resto dell’insieme.
La nostra stessa esistenza è la manifestazione continua di queste relazioni: riconoscerle e diventarne sempre più consapevoli è un percorso virtuoso che può migliorare e arricchire profondamente la vita di ognuno.
Riguardo all'utilità del metodo, le sue applicazioni hanno un raggio estremamente ampio: le troviamo nello sport, nella rieducazione motoria e posturale, nella danza, nella musica, nel teatro, nel canto e nella pedagogia vocale, nei centri per la terza età e negli istituti di detenzione.
Nonostante il Metodo Feldenkrais non debba essere considerato una terapia né appartenente propriamente all’ambito sanitario - collocandosi piuttosto nella sfera dell’apprendimento somatico - viene tuttavia applicato con successo nell’ambito della riabilitazione post-traumatica, di problematiche neurologiche, motorie e muscolo-scheletriche.
Personalmente mi occupo di pedagogia teatrale da oltre un trentennio e da oltre quindici anni applico il Metodo Feldenkrais nel mio lavoro, in particolar modo integrandone principi e pratica nel training vocale, inclusi gli aspetti dell’articolazione e della dizione.
Nell’ambito specifico della recitazione il metodo aiuta innanzitutto a diventare più consapevoli della propria organizzazione corporea e di come attuiamo le nostre azioni, permettendo di modificare i propri schemi motori in modo non abituale. Andando ancora oltre, consente di comprendere sempre meglio, in modo personale e diretto, le relazioni tra le quattro dimensioni fondamentali.
Il lavoro dell’attore - in una prospettiva organica .- consiste nel ricreare un’esperienza di vita autentica all’interno di circostanze sceniche immaginarie, realizzando una parvenza di realtà credibile nella quale il pubblico possa riconoscersi e immedesimarsi. Per realizzare questo compito creativo, un attore ha come materiale il proprio corpo, le proprie sensazioni ed emozioni e il proprio pensiero; in altre parole, sé stesso.
Ma per rendere credibile un personaggio non può rimanere identico a sé: dovrà scoprire e mettere in atto modalità di trasformazione partendo dalle proprie abitudini - motorie, fonatorie, comunicative, mentali e persino emotive; in sintesi dalla propria auto-immagine. Dovrà individuare alternative possibili e praticabili attraverso cui trasformarsi quanto necessario per rendere credibile un personaggio, a sé stesso prima che agli altri.
Anche quando non sia richiesta una totale immedesimazione con il personaggio, un attore — e per esteso ogni performer - avrà sempre a che fare con il proprio corpo in movimento, senziente e pensante. Conoscere come esso funzioni intimamente e organicamente - come permette la pratica del Feldenkrais in modo raffinato, dettagliato e integrato — consente di migliorare l’uso di sé nella performance sotto ogni aspetto: motorio, vocale, mentale ed emotivo.
Il metodo, in questi casi, non va interpretato come una tecnica di recitazione, vocale o di movimento nel senso di uno stile particolare; si rivela piuttosto uno strumento estremamente efficace per sviluppare un approccio alla propria disciplina artistica che permette di comprendere meglio come noi stessi funzioniamo nell'atto di apprenderla e praticarla. In questo senso il Metodo Feldenkrais può essere inteso come pratica di un’attitudine fondamentale che attraversa ogni specifico apprendimento. In pratica, riscoprire come noi esseri umani impariamo - e soprattutto come ognuno di noi lo faccia nel proprio personale e unico modo - è la base per poter cambiare qualcosa di noi in modo organico.
La pratica del Metodo Feldenkrais nell’arte teatrale non è affatto nuova né recente. Già nel 1978 il noto regista e sperimentatore Peter Brook invitò Moshe Feldenkrais a tenere un ciclo di lezioni per gli attori della sua compagnia. Brook rimase colpito dalla loro efficacia e utilità e riconobbe in quel metodo uno strumento estremamente prezioso per il lavoro dell’attore. Quella serie di lezioni - di recente recuperata e tradotta dal francese - costituisce materiale utilissimo sia per i professionisti del metodo che operano nell’ambito teatrale.
Un altro esempio, sempre nell’ambito delle arti sceniche, chiarisce ancora meglio come il Metodo Feldenkrais possa affiancarsi efficacemente ad una disciplina specifica, non per sostituirla ma per chiarirne e approfondirne la pratica stessa.
Come docente di Consapevolezza Corporea nei trienni di canto in accademie AFAM, aiuto giovani artisti della voce applicando il Feldenkrais e dedicando una congrua parte del programma a lezioni di CAM®.
Solitamente inizio le classi con un momento di ascolto di sé, registrando la propria organizzazione corporea, la respirazione, lo stato della voce, la facilità o meno dell’emissione nel canto, la presenza di eventuali tensioni superflue: insomma tutto ciò che può servire ad avere un quadro consapevole di sé al momento per valutare poi cosa sarà cambiato dopo il lavoro. Si impara dalle differenze. Dopo questa parte iniziale segue la lezione specifica, che può riguardare, ad esempio, la relazione tra torace e bacino, oppure la consapevolezza dei movimenti della laringe o della lingua, o ancora i volumi polmonari, oppure l’organizzazione della colonna vertebrale nelle varie funzioni di rotazione, flessione, estensione e torsione, o qualsiasi altro argomento scelto come focus del giorno.
Al termine della lezione di CAM® gli studenti verificano nuovamente quanto registrato nel momento iniziale, compresa la qualità della voce e del canto. Con rarissime eccezioni si riscontra in tutti una migliore e più funzionale organizzazione corporea: eventuali tensioni risultano diminuite o spesso completamente scomparse, la facilità dell’emissione vocale aumenta non soltanto in termini di intensità - maggiore volume a parità di sforzo o stesso volume con minore sforzo - ma anche di estensione, le note prima difficili da raggiungere diventano più facilmente accessibili.
Oltre a questi aspetti legati alla voce, quasi sempre si registra un cambiamento nell’umore, una maggiore consapevolezza di come ci si sente e di quanto la dimensione emotiva sia connessa al corpo; inoltre emerge anche un generale riequilibrio del tono muscolare, percepito come un maggiore rilassamento e una maggiore comodità della postura eretta. Gli studenti riscontrano risultati di grande utilità, non solo in termini di benessere ma soprattutto nella gestione della performance.
Quanto sopra descritto può essere esteso alla pratica di ogni disciplina artistica, non solo teatrale, musicale o coreutica, anche nella pittura o nella scultura la pratica del Feldenkrais può offrire un aiuto significativo.
È facile immaginare quanto possa essere utile ed efficace anche in ambito sportivo, dove infatti viene spesso applicato per incrementare e raffinare la consapevolezza neuromotoria migliorando la percezione e l’esecuzione del gesto atletico in un’ottica profondamente fisiologica. Il metodo è stato utilizzato nel lavoro con atleti in discipline come arti marziali, sci, golf, tennis, corsa, nuoto e immersione in apnea. Lo stesso Moshé Feldenkrais proveniva dal mondo delle arti marziali ed è stato tra i primi praticanti di judo di alto livello in Europa e tra i primi europei a ottenere una cintura nera, collaborando direttamente con Jigorō Kanō, fondatore del judo.
Come ho accennato, anche nell’ambito della salute — pur rimanendo una disciplina legata all’apprendimento e non una terapia — il metodo sta trovando sempre maggiore diffusione. Molti insegnanti lavorano con persone che arrivano nei loro studi per problematiche legate a postumi traumatici, affezioni muscolo-scheletriche o deficit neurologici di vario tipo. Pur non essendo una terapia, ma un sistema di educazione e autoeducazione basato sul movimento, i risultati della sua applicazione possono talvolta essere sorprendenti.
Ricordo una performer professionista che si rivolse a me per un problema ai piedi: riferì di avere i cosiddetti piedi piatti e che, lavorando a lungo a piedi nudi, aveva iniziato a soffrire di tendinite - diagnosticata da uno specialista - tanto da dover interrompere l’attività. Le furono prescritti dei plantari, soluzione che aiutava finché utilizzava le scarpe, ma non appena tornava a lavorare scalza i problemi si ripresentavano. Aveva conosciuto il Metodo Feldenkrais durante la sua formazione ed era ora decisa a provarlo nella modalità individuale di Integrazione Funzionale®.
Quando iniziammo la seduta constatai che effettivamente i suoi piedi avevano un arco plantare molto ridotto. In un caso del genere si potrebbe pensare di intervenire direttamente sui piedi, correggendo in qualche modo l’arco plantare deficitario. Nulla di sbagliato in questo, ma si tratterebbe comunque di una risposta ancora basata su una visione meccanicistica dell’essere umano come insieme di parti assemblate: una prospettiva che prende in considerazione soltanto la singola parte da “aggiustare”, senza includere - senza integrare - non solo il resto del corpo ma l’intera persona.
Iniziai quindi la seduta osservando attentamente la sua organizzazione corporea nel suo insieme: i movimenti nello spostare il peso da un piede all’altro, il modo in cui si organizzava nel ruotarsi, nel flettersi e nel camminare. Successivamente la invitai a distendersi e valutai nuovamente la sua organizzazione da distesa e attraverso alcune manovre molto lievi, inizialmente soprattutto di ascolto, cercai di comprendere come gli impulsi al movimento trasmessi attraverso il tocco viaggiassero nelle varie parti del corpo e quali relazioni esistessero tra i diversi distretti corporei. Notai che qualcosa non era chiaro nella relazione tra il torace e il bacino, così le chiesi di organizzarsi sul fianco preferito e lavorammo poi per chiarire come questi due distretti così importanti e prossimali potessero dialogare meglio e coordinarsi in modo più integrato. Parti centrali non soltanto dal punto di vista anatomico, ma anche sedi corporee di buona parte della nostra vita emotiva e relazionale.
Non mi dilungherò su ogni aspetto tecnico della lezione; l’elemento essenziale da sottolineare è che - a parte un breve momento conclusivo dell’integrazione - non lavorai affatto sui piedi né pensai mai direttamente al problema specifico. Cercai piuttosto la via più adatta perché la giovane performer potesse percepire meglio e chiarire la relazione funzionale tra torace, colonna vertebrale e bacino, fino a integrare progressivamente questa nuova organizzazione anche con le parti più distali - gambe e braccia - e infine con testa e piedi.
Attraverso il tocco delle mani entrai in dialogo con lei e con il suo sistema nervoso, permettendole innanzitutto di riconoscersi nella propria abituale auto-immagine e, successivamente, di accogliere gradualmente possibili alternative per una riorganizzazione più funzionale.
Al termine della lezione la giovane si alzò in piedi, rimase per qualche momento in ascolto e poi fece alcuni passi. Con visibile emozione constatò che entrambi gli archi plantari erano ora molto più pronunciati; insieme a questo riferì una serie di nuove e positive sensazioni nel corpo - che percepiva più integrato e unito dalla testa ai piedi - e nel movimento, che sentiva più fluido e coordinato.
La performer proseguì poi con un breve ciclo di sedute di IF® per consolidare la nuova organizzazione e riprese a lavorare a piedi nudi senza problemi, accantonando almeno per quel periodo i plantari.
Appare chiaro come il Metodo Feldenkrais, con la sua visione unitaria e integrata dell’essere umano, permetta di attingere più pienamente alle potenzialità dell’individuo, creando le condizioni per realizzare una virtuosa riorganizzazione di sé, con il risultato di ridurre — se non talvolta eliminare — una gran parte di quei problemi che, sebbene emergano in una specifica parte del corpo piuttosto che in un’altra, sono in moltissimi casi legati a un’organizzazione globale poco funzionale, quando non addirittura dannosa.
Per questo motivo anche nell’ambito della salute il Metodo Feldenkrais si sta progressivamente diffondendo e viene sempre più spesso riconosciuto come valida risorsa in diversi contesti riabilitativi. Un caso importante si trova in Veneto, dove il Metodo Feldenkrais compare esplicitamente nel testo della legge regionale n. 6/1999 come trattamento riabilitativo per il quale la Regione riconosce un contributo; inoltre, dal 2023, la Regione ha attivato un progetto pilota con l’Azienda Ospedale-Università di Padova per valutarne l’efficacia nella riabilitazione di bambini con paralisi cerebrale infantile.
In Toscana è stato avviato un percorso sperimentale di medicina integrata presso il presidio Santa Fina, che prevede, quando possibile, anche sedute di Feldenkrais all’interno del percorso riabilitativo. In Lombardia e nel Lazio la presenza del metodo è documentata soprattutto attraverso strutture che lo integrano nei propri servizi, come l’Ambulatorio Sol Diesis dell’IRCCS Don Gnocchi di Milano, il CMPH accreditato nel Lazio e l’UOC di Roma. In Piemonte il Metodo Feldenkrais compare invece, ad oggi, nel Piano socio-sanitario 2025–2030.
Pur tuttavia, rimanendo fedeli alla visione del suo creatore, il metodo vuole essere innanzitutto una modalità di apprendimento, un approccio originale e peculiare alla stessa idea di apprendimento, che vede il movimento come lo strumento di accesso più immediato, disponibile e concretamente gestibile per la trasformazione dell’essere umano.
Al centro di questa visione vi è l’essere umano nella sua unicità e interezza. La separazione tra mente e corpo si dissolve a favore della visione di un corpo vivo che si muove, percepisce, sente, elabora e apprende in un processo continuo di espansione della conoscenza di sé e del mondo. In questa prospettiva il corpo non è più soltanto qualcosa che possediamo, ma il luogo stesso attraverso cui facciamo esperienza di noi stessi, degli altri e del mondo.
Bibliografia
Brook P., 1968. Lo spazio vuoto, Bulzoni Editore, Roma.
Bruno, N., Pavani, F., Zampini, M., 2010. La percezione multisensoriale. Il Mulino.
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Feldenkrais M., 1977. Il corpo e il comportamento maturo, Astrolabio-Ubaldini, Roma (1949)
Feldenkrais M., 1978. Conoscersi attraverso il movimento, Celuc Libri, Milano (1972)
Feldenkrais M., 1981. Le basi del metodo per la consapevolezza dei processi psicomotori, Astrolabio-Ubaldini, Roma.
Feldenkrais M., 1989. La saggezza del corpo, Astrolabio-Ubaldini, Roma.
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